Dietro i candelabri

La storia d'amore tra la star del cabaret Wladziu Valentino Liberace, segretamente gay, e il giovane Scott Thorson, consumatasi nel 1977. La relazione tra i due diventerà nel tempo molto seria, nonostante Liberace cambi amante con molta disinvoltura.
    Diretto da: Steven Soderbergh
    Genere: drammatico
    Durata: 118'
    Con: Michael Douglas, Matt Damon
    Paese: USA
    Anno: 2013
7.3

Dietro i Candelabri è un progetto a lungo accarezzato da Steven Soderbergh, che lo mise in cantiere poco dopo il successo de I Segreti di Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee.
Stranamente ma non troppo, il soggetto (forse più ambiguo che esplicitamente queer), ha incontrato il rifiuto degli studios hollywoodiani, finendo per essere realizzato dal network televisivo HBO con diversi anni di ritardo, dovuti anche ai problemi di salute sofferti da Michael Douglas nel frattempo. Una delle ragioni è verosimilmente da ricercarsi nella figura controversa di Liberace, pianista e showman di difficile catalogazione, troppo fuori dagli schemi per la tradizione dello spettacolo a stelle e strisce, benché ostentatamente bramoso di rifarsi ad essa.

È una storia di vampirismo, quella che Dietro i Candelabri mette in scena. Non tanto il vampirismo di Liberace nei confronti di Scott Thorson, ingenuo ragazzotto di modesta provenienza e senza una vera famiglia, quanto quello di un genere, il melodramma, nei confronti di un altro, il biopic. Sbaglierebbe, sia detto chiaramente, chi vedesse in questo film una discontinuità da parte di Soderbergh nel suo percorso di autore anticonvenzionale, come tale molto avversato da una buona parte dei commentatori.
Se infatti un critico come Alberto Pezzotta su Twitter si spinge a parlare addirittura di horror alla Cronenberg, è perché con Dietro i Candelabri, il regista di Ocean’s Eleven (2001) sembra palesare appieno la natura ibrida della sua idea di cinema.
In quest’ultimo lavoro di Soderbergh il tasso di finzione del cinema mélo mette alla porta ogni pretesa di aderenza verista: candelabri, parrucche, drappeggi, abiti pacchiani, sono il simbolo di un enorme artificio ricercato come valore in sé, come pedaggio da pagare per uscire da un equivoco – che in realtà risale forse fino ai fratelli Lumiére – che vuole il cinema come copia (sia pure “romanzata”) della realtà.
Il terreno di battaglia spesso scelto dal cinema di Soderbergh è quello dei generi (si veda anche il meno riuscito Contagion, piatta via di mezzo tra cronachismo e film di suspense). Ma la differenza in Dietro i Candelabri la fa la ricchezza di tessitura simbolica, che distoglie dal notare l’estremo semplicismo di molte soluzioni di regia.
I pregi del soggetto, in altre parole, spingono in secondo piano i difetti di un’esecuzione approssimativa. Le interpretazioni di Douglas e Damon, inoltre, rinforzano nella loro intensità la componente patetica del plot, mandando al tappeto l’illusione di assistere a qualcosa che non sia una rappresentazione; si ottiene per questo il massimo della “verità” col massimo del fittizio.
Poco importa allora se Lee Liberace fosse una checca vanesia o uno scaltro sfruttatore del suo talento di affabulatore: la sua parabola lo rende esemplare rappresentante di un mondo, quello dello show business, che può tranquillamente predicare l’importanza di essere se stessi e nello stesso tempo pretendere che un qualsiasi ragazzino belloccio senza esperienza e malizia si immoli per farsi adottare e plasmare dal suo Pigmalione in una sorta di opera d’arte kitsch, spersonalizzata e in qualche modo mostruosa. Il gioco è scoperto, e tanto basta per far sì che nessuno disposto a giocare sia davvero innocente.

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Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...