About Endlessness

Che senso ha l’esistenza? In una serie di quadretti domestici di apparente insignificanza, viene mostrato un campionario di varia umanità. Ognuno dei siparietti viene contrappuntato da una dolce voce femminile, che ne decanta le piccole miserie e le grandi fragilità.
    Diretto da: Roy Andersson
    Genere: drammatico
    Durata: 78
    Con: Bengt Bergius, Anja Broms
    Paese: Svezia, Germania
    Anno: 2019
6.9

Da cosa dipende la ricezione di un film e quanto tempo impiega la mente ad assaporare le immagini, prima di accettarle o ripudiarle? Con Hollywood la ricezione è immediata, salvo poi tornare a riconsiderare il tutto con una seconda visione o una riconsiderazione del tutto. Col cinema asiatico il processo è un po’ più lungo e, una volta passata la sensazione di spiazzamento davanti ai ritmi laconici della natura ci si domanda cosa il regista avesse intenzione di trasmettere con quell’opera. Poi c’è il caso del regista svedese Roy Andersson, il cui About Endlessness (Om det Oandliga, 2019) è il suo ultimo film.

Roy Andersson ha una carriera piuttosto complessa e per certi versi unica, che non sto qui a ripetere. Basti dire che il regista svedese è stato scoperto da Cannes (Premio della Giuria per Canzoni dal secondo piano, nel 2000) e incensato alla Mostra di Venezia con il Leone d’Oro per Un piccione seduto su un ramo che riflette sull’esistenza (2014) e il Lone d’Argento per la miglior regia per questo About endlessness. Proprio quest’ultimo è il quarto film di Andersson costruito a quadri fissi. Per vent’anni esatti Andersson ha portato avanti questo discorso: fissità, nessun movimento di macchina, fotografia e movimenti estremamente curati, fino al millimetro, scenografia, costumi e make-up, in una parola il profilmico, sono curatissimi, eppure non si ha a che fare con un cinema d’arredo, calligrafico, manierato.

Andersson non fa cinema d’atmosfera per il gusto di farlo. Dipinge quadri in movimento. A prima vista questo cinema così poco cinematografico sembra un affronto alle linee cartesiane del cinema come regolarmente viene inteso. Ricollegandomi al discorso fatto all’inizio, quanto tempo impiega lo spettatore a ricevere uno spettacolo così poco empatico e privo din trasporto emotivo? Serve sicuramente distacco e una certa dose di umorismo stralunato per apprezzare il lavoro del regista svedese.

About Endlessness si differenzia rispetto gli altri tre film per un minor bisogno di comunicare e una maggior propensione alla rappresentazione figurativa. Andersson sembra aver più interesse verso la leggerezza (a parte l’episodio vagamente ansiogeno del Fuhrer) che non verso l’amoralità anormale di You the living (2007) e Il piccione.

Quello di Andersson è un punto di vista trasognato e mai furbo. L’aver inventato uno stile registico così inconsueto, fatto di soste improvvise e sogni stilizzati, lo rende un regista capace di attuare scarti immaginifici spiazzanti e ironici, che si contemplano nell’assoluto bisogno di libertà creativa, in un contesto filmico dominato dall’intransigenza massimalista.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).