Lo strano vizio della Signora Wardh

Julie Wardh, una donna dalle tendenze sadomasochiste, si divide fra tre uomini: il marito Neil, che la trascura, Jean, l'amante violento, e George. Dopo che Jean ha tentato di ucciderla, la donna tenterà di incastrarlo.
    Diretto da: Sergio Martino
    Genere: thriller
    Durata: 98'
    Con: George Hilton, Edwige Fenech
    Paese: ITA, SPA
    Anno: 1971
7.1

Per gli amanti del giallo all’italiana, gli inizi degli anni settanta devono rappresentare un’irripetibile età dell’oro. Il decennio si apriva con L’uccello delle piume di cristallo (1970) e Quattro mosche di velluto grigio (1971) di Dario Argento.
Anche Sergio Martino, che aveva debuttato nel ’68 col sexy documentario Mille peccati, nessuna virtù, si sarebbe presto accodato – è davvero il caso di dirlo – a thriller con citazione “zoologica” nel titolo, realizzando nel 1971 il film La coda dello scorpione. Quello stesso anno, però, qualche mese prima – il 15 gennaio – vedeva la luce Lo strano vizio della signora Wardh, con la coppia Edwige FenechIvan Rassimov rispolverata a breve raggio nelle successive incursioni di genere da parte dello stesso regista: Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, entrambe del ’72.

Restituito così alla propria temperie, Lo strano vizio della signora Wardh – che Quentin Tarantino volle nella rassegna sul cinema di genere italiano al Festival di Venezia 2004 – potrà innanzitutto scrollarsi di dosso, se pure ce ne fosse bisogno, quella sensazione di dejà-vu, in realtà post quem, considerando che alcuni dei suoi caratteri più spiccati – l’irresistibile vena erotica, una compiaciuta tendenza onirica, l’immancabile serial killer armato di rasoio, i pedinamenti notturni nella città vuota – venivano per l’appunto rodati in quegli anni, non essendo ancora – come sarebbero divenuti – “derivativi”. Tanto più se si considera la personalissima scrittura visiva di Sergio Martino, che asseconda con guantata regia la sceneggiatura del fido Ernesto Gastaldi, scegliendo una grafia fatta dei “colori del buio”, con corpi che si strusciano e che strisciano nell’ombra (strategica la fotografia low key) e visioni che prendon forma dai recessi bui della mente, o da quelli nemmeno troppo illuminati delle stanze chiuse.
Julie Wardh (Edwige Fenech) è sposata col diplomatico – anche in privato – Neil Wardh (Alberto De Mendoza). Giunta col marito a Vienna, è insidiata sgradevolmente da un ex, Jean (Ivan Rassimov), con romantiche rose che ricordano di meno romantici amplessi sadomaso (un cenno audace per l’epoca), e gradevolmente da un playboy, George (George Hilton), tra le cui braccia proverà a trovare protezione e tranquillità. Mentre le colonne di cronaca nera raccontano di un assassino che sgozza giovani donne, la signora Wardh si trova stretta nella morsa tra ricordi scomodi e le ossessioni di uno stalker.
In bilico tra amore e morte, erotismo e distruzione, Lo strano vizio della signora Wardh è un film che consuma la paranoia sul crinale dove si confondono il pericolo ed il piacere, nutrendosi morbosamente dei cedimenti della psiche così come di quelli della carne. Con questa spirito voluttuoso vengono anche girate alcune scene d’impatto, in cui i sussulti della Fenech rimandano a questa sorta di bipolarità dei sensi, come quella in cui Jean (un Ivan Rassimov convenientemente luciferino) le fa cadere addosso i cocci di una bottiglia, per poi spogliarla violentemente e fare l’amore tra i frammenti di vetro.
Come in altre sequenze, sembra che i corpi galleggino in un non-luogo, che tutto sia isolato in un vortice di bruma e di pelle che vien fuori da qualche ricordo, o da qualche serratura.
È un film girato con la mentalità dello stalker, tutto giocato su zone d’ombra contigue: la sequenza dell’inseguimento nel parco a Carol (una Conchita Airoldi di bionda, solare esuberanza), genialmente preceduta da un campo lungo che mostra la solitudine della donna nel parco contornato dai filari d’alberi potenzialmente rifugianti, testimonia della scaltra suspense in cui Martino sa immergere le situazioni.
L’effetto riesce anche nell’ultimo terzo del film, ambientato in Spagna, che vira coraggiosamente su luci mediterranee, e nondimeno riesce soffocante, abbacinando con incombente minaccia.
Se nessuno troverà da ridire sulla generosità con cui sono concesse le grazie di Edwige Fenech, prossima a meno signorili ma altrettanto cultuali sublimazioni con Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972) e Giovannona coscia lunga disonorata con onore (1973, diretto da Martino), dove forse il film eccede – ma ammettiamolo: per dismisura di libidine – è nel susseguirsi dei colpi di scena finali, con una strategia dello shock che punta sul vertiginoso, sfociando nell’assoluto improbabile: non dispiacerà, comunque, agli amanti del febbrile ad ogni costo.
Piretica è anche la cavernosa colonna sonora curata da Nora Orlandi, di cui la traccia Dies Irae sarà riutilizzata da Quentin Tarantino in Kill Bill vol. 2. I nostri Maestri, la musica del thriller la sapevano suonare, eccome.

A proposito dell'autore

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Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".