Gran bollito

Lea è una madre del Sud che si trasferisce in Emilia per stare vicino al figlio, al quale è attaccata morbosamente. La donna ha subìto in passato 14 aborti e pensa di esorcizzare la Morte usando le sue amiche per macabri sacrifici umani.
    Diretto da: Mauro Bolognini
    Genere: horror
    Durata: 115'
    Con: Shelley Winters, Max Von Sydow
    Paese: ITA
    Anno: 1977
5.5

L’unico peccato è che non ho potuto vederlo in alta definizione, perché il Blu Ray ancora non è stato edito. Ma Gran bollito (1977) di Mauro Bolognini rimane un’esperienza insolita, inafferrabile, per certi versi riporta alla mente una stagione, quella dei terribili anni ’70, in cui il cinema italiano aveva coraggio, la capacità di selezionare validi script, un sostegno produttivo che oggi sarebbe impensabile.

Da un punto di vista meramente politico Gran bollito potrebbe essere una vera e propria condanna estetica, un punto di non ritorno della commedia all’italiana. Non avevo mai visto Renato Pozzetto e Max Von Sydow recitare en-travesti, la sensazione di straniamento è forte. Il grottesco la fa da padrone e Bolognini sa rendere terrificante l’ambientazione delle mura domestiche come se ci si trovasse in un horror di Dario Argento, ma non ci si lasci impaurire, si tratta di un utilizzo dello stile raffinato, mai sanguinolento, sempre in bilico tra psicologismo e deliro bello e buono.
La scelta di Shelley Winters per interpretare l’anziana protagonista è un curioso caso di implementazione nella scena del dato oggettivo di una follia non riscontrabile in nessun altro contesto di riferimento. Probabilmente siamo dalle parti dell’auto parodia o di un intollerabile scherzo del destino: la Winters sembra nata per impersonare la famosa saponificatrice di Correggio, Leonarda Cianciulli, che negli anni ’30 uccise 3 persone.
La commedia horror grottesca è uno dei tanti esperimenti estetici compiuti da Bolognini, in cui la realtà viene fatta filtrare da un processo di camuffamento epidermico che dona a Gran bollito una sensazione di inesausta grazia compositiva, dove le scene degli omicidi della Winters vengono costruite in una cucina che assomiglia ad un mattatoio e le vittime non soffrono mai quando vengono comicamente decapitate. Il discorso prende sempre la strada dell’assurdo, del surreale, come di una imprevedibile macchinazione del destino.
L’anziana madre uccide le sue vittime per offrire alla Morte dei sacrifici umani che servano a salvare l’anima di suo figlio Michele. SI tratta di credenze popolari probabilmente risalenti al medioevo e sopravvissute alla Storia, soprattutto grazie ad un’arretratezza culturale che al tempo odierno assumono i connotati di leggende metropolitane su cui ridere sopra.
La sensazione è che Bolognini si sia voluto spingere piuttosto in là nell’analisi di un’ideologia truce e insensata che l’anziana madre nel film riesce a nascondere grazie al silenzio di chi non si può esprimere (la ragazza interpretata da Milena Vukotic) e di chi è ridotto su una sedia a rotelle (l’anziano Mario Scaccia). Ci riesce in parte, il finale si risolve nel duello verbale tra la madre e la giovane amante del figlio (Laura Antonelli), che si contendono l’amore del figlio, ago della bilancia del film; ma l’atmosfera creata è talmente satura di elementi disturbanti e destabilizzanti che a volte si rimane senza parole di fronte ad un simile spettacolo.
La complicità creatasi tra attori, regista e spettatore è un fattore che concorre a creare una credibilità di fondo nell’incubo culinario-familiare, che si rimane interdetti dal mix tra finzione e realtà. Dove finisce la finzione e inizia la realtà? E’ la domanda che si pone Bolognini alla fine del film, dopo la terrificante rivolta da Shelley Winters ai poliziotti che vengono ad arrestarla.

A proposito dell'autore

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Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).