Blade Runner 2049

Nel 2049 K, un poliziotto della LAPD, è incaricato di scovare un replicante della vecchia specie. Nella sua attività investigativa verrà a scoprire elementi che potrebbero far crollare le basi della società. Per far fronte a questa situazione, K dovrà trovare Rick Deckard, un ex blade runner ritiratosi da 30 anni.
    Diretto da: Denis Villeneuve
    Genere: Fantascienza
    Durata: 163
    Con: Ryan Gosling, Sylvia Hoeks
    Paese: USA, UK
    Anno: 2017
7.5

VOTO AUTORE RECENSIONE8.5

Da Jordan Cronenweth a Roger Deakins. Dalla Los Angeles piovosa e notturna del 1982 alla tavolozza cromatica accesissima, dai colori fluenti, magmatici del 2017. Blade Runner 2049 riprende in maniera totale il quadro apocalittico ideato da Ridley Scott, rispettando tempi, modi, toni, luoghi, ma lo fa con un’onestà di scrittura, con una dovizia di impaginazione, che il risultato finale non può non generare stupore e meraviglia. La trama di questa nuova versione è un puro capriccio di script: un nuovo blade runner (Ryan Gosling) deve terminare un vecchio modello, durante l’operazione viene a conoscenza di un fatto che gli farà cambiare idea sul rapporto tra replicanti e umani e per fronteggiare la situazione dovrà chiedere aiuto a Rick Deckard, scomparso da 30 anni. La gemmazione narrativa prende dunque corpo senza soluzione di continuità. Sono i toni che contano, il rispetto per i personaggi, il Ryan Gosling emaciato, dismesso, androide replicante di se stesso in perfetta simbiosi con l’atmosfera liquida dei rettangoli, dei quadrati, dei trapezi di una scenografia che ripete in modo idilliaco quella del 1982.

Hollywood celebra se stessa ma lo fa riuscendo a camuffare l’operazione in modo del tutto geniale. Il trucco c’è ma non si vede mai. Ritorna la Rachel antica, riprodotta in modo da apparire quasi come un ricordo, a fare da collegamento tra lo ieri e l’oggi. Nello ieri il film targato 1982, con la regia di Ridley Scott, venne affossato da pubblico, critici, modificato dai produttori. Nessuno lo capì. Fu un colossale fraintendimento. Ci sarebbero voluti dieci anni per farlo diventare un culto di massa. Oggi lo Studio System deve rimediare allo sfregio, ricostruire il simulacro della Hollywood che all’epoca diede carta bianca a Ridley Scott, per creare una visione avveniristica e un sontuoso concerto wagneriano-punk, per fare questo viene chiamato Denis Villeneuve, che con Arrival (2016) ha preso un film di fantascienza su un’invasione aliena e lo ha trasformato in un saggio sul linguaggio.

Il regista canadese basandosi un’altro script non suo (è dai tempi de La donna che canta che non è anche autore della sceneggiatura) e lo traspone dando corpo ai conflitti, mettendo su il set come un flusso di identità in transito, sagome rivolte verso l’abisso, tracce di memorie perdute, scampoli di narrazioni riprese dal film del 1982 e riadattate con perizia chirurgica, ma con un senso del tempo e dei tempi, che lascia trasmigrare gli anni ’80 (in 163 minuti di proiezione), che fanno appunto da ricordo, memorie reinnestate come tasselli di un puzzle più grande, di cui  con difficoltà si riesce a ricomporre il disegno complessivo. La fotografia di Roger Deakins percorre il tessuto sonoro con invidiabili accenti figurativi, scolpendo i blu intensi, i rossi, i giallo ocra, accesi dal moto di una colonna sonora danzante e memoriale.

Rispetto all’operazione targata 1982 sono aumentati il budget (dai 28 milioni dell’epoca ai 185 di oggi, ma considerando l’inflazione possono essere considerati due valori piuttosto simili) e la consapevolezza di messa in scena. Villeneuve costruisce l’intelaiatura del “2049” con una totale riverenza rispetto al lavoro del suo predecessore e con una passione genuina per i personaggi. Villeneuve sa cosa sta inquadrando, lo fa vivere, morire e rinascere. Sa cosa si cela al aldilà dell’immagine, le proporzioni visive e narrative sono tenute in scacco da una visione d’insieme, che prende la prospettiva con l’intenzione di modificarla, in un quadro visivo di perdurante osmosi emozionale.