Lo Hobbit La desolazione di Smaug

Prosegue il viaggio di Bilbo, Gandalf il grigio e i 12 Nani. Il loro è un percorso irto di ostacoli, ma la posta in palio è alta: raggiungere la dimora del drago Smaug, ucciderlo e rubare l'Arkengemma.
    Diretto da: Peter Jackson
    Genere: avventura
    Durata: 161'
    Con: Martin Freeman, Richard Armitage
    Paese: USA, NEW ZEL
    Anno: 2013
6.5

Si tratta senza dubbio di un road movie espanso per quasi 3 ore di proiezione, da cui si esce sfiniti, ammaliati, pieni di dubbi, con la sensazione di aver assistito ad un dibatitto fuori tempo massimo sull’esistenza del Male.

Il secondo capitolo de Lo Hobbit La desolazione di Smaug di Peter Jackson finisce sul più bello, con il drago Smaug sfrecciare con decisione diabolica contro la città Esgaroth.
Smaug è la vera Star del secondo capitolo e di tutta la trilogia prequel de Il Signore degli Anelli, Jackson lo fa apparire dopo 115 minuti. Ma questo secondo capitolo sembra meno involuto del primo. Tutta la prima parte non denota grandi squilibri tra forma e contenuto come accadeva nel primo capitolo, dove la presentazione della congrega dei Nani durava un’eternità e il risultato narrativo, su cui veniva applicata una normativa estetica furoreggiante, produceva un sonoro “0” sulla casella delle emozioni.
Stavolta Jackson immerge da subito Bilbo e i Nani nelle profonde viscere dell’avventura, inizialmente moltiplicando all’infinito la scena che compariva ne Il Ritorno del Re (2003) con Frodo alle prese con il gigantesco ragno. Ne La desolazione di Smaug i ragni sono decine e decine, e la forza tellurica dell’action si espande in un abisso dove la visione si contorce e si evolve, ad ogni angolo del quadro.
Di fronte ad una perfezione estetica simile le idee Jackson si rivolgono ad una mera amministrazione di fatti già noti, dove però le tecnologie della Weta sanno riprendere quei topoi comuni al cinema d’avventura per cui il differenziale tra analogico e digitale qua trova un contrasto immanente nel limite tra ciò il visivo esprime e ciò che la retina riesce ad assorbire senza farsi lo scrupolo di decidere cosa sia valido e cosa no.
Se Jackson ha deciso che ci dovranno essere altre 3 ore di sbornia digitale in surplus al capolavoro estetico che gli ha dato la maggior fama di sempre tra i nuovi cineasti australiani, significa che in rapporto ad ogni singola scena la durata deve essere il triplo del normale.
Difatti, ne La desolazione di Smaug, ogni scena si sarebbe potuta benissimo risolvere con un periodo di tempo significativamente minore a quello espresso nel film. Perché insistere su questa diluizione temporale? Forse il pubblico si aspetta che il lavoro sulla pagina scritta debba essere restituito con una lentezza tale che prosperi nel tempo e nella memoria la sua caratura estetica. Forse quello di Jackson sulla letteratura di Tolkien lo si può definire un cinema “soprannaturale”, alchemico, oltre la percezione e la critica, cinema Paracelso. Forse.
I fan di Tolkien avranno di sicuro da ridire (e non solo per il personaggio di Evangeline Lilly, che nel libro non c’è, la sua creazione è un mero pretesto eroico-mélo che serve ad allungare il brodo). I nodi narrativi, come si diceva, saranno sciolti nel terzo capitolo, che si preannuncia il più roboante ed eroico dei tre.
Quale sarà la sorte di Gandalf il Grigio, come andrà a finire la lotta tra il drago Smaug e Bilbo insieme ai Nani e agli abitanti del villaggio? Jackson termina il suo secondo volume filmico de Lo Hobbit con la dimostrazione di una forza in atto di imprescindibile lussuria visiva.
L’autore di King Kong (2005) intende confermarsi abile manovratore si scacchiere, nel dirigere un materiale del tutto impersonale e derivativo, forgiando un paratesto videoludico che abbaglia senza sorprendere mai; la sua furbizia è del tutto meccanica, prendendo un brand letterario per trasformarlo in una macchina hollywoodiana che macina i capitali con la stessa foga con cui il drago Smaug sta a guardia del suo inestimabile tesoro. Questo fa di Jackson un abile mercenario e un affarista senza scrupoli.
In questa nuova trilogia si può di certo affermare che il tempo di Un viaggio inaspettato e La desolazione di Smaug si moltiplichi nell’evolversi di una trama ad altezza di infante (illuminato però da un desiderio di sperimentazione fuori dal comune), spacciando ciò che appare ovvio come la rivisitazione non convenzionale dei topoi dell’avventura. Gli effetti speciali stritolano lo sguardo che, impotente, ammette la propria sconfitta.
Il punto più alto della seconda parte de Lo Hobbit è sicuramente l’incontro tra Bilbo e il drago Smaug, cui Benedict Cumberbatch dà una voce di sorprendete aderenza estetica. E’ una delle cose migliori di questo rutilante scenario digitale, una gemma che si perde nella miriade di influenze narrative, letterarie di questo fantasy che Jackson vorrebbe non finisse mai. Il risultato finale incita più volte l’occhio alla ribellione. Per non lasciar profanare il proprio senso di discernimento estetico che traballa ad ogni scena.