Jeannette, l'enfance de Jeanne d'Arc

A Domrémy, in Lorena, nella Francia rurale del 1425, la giovanissima Giovanna d’Arco sente di non poter più sopportare i soprusi recati dagli inglesi al suo popolo. Esprime all'amica Hauviette la necessità impellente di portare il suo paese in guerra per salvarlo dalla tirannia. Mentre la suora Gervaise tenta inutilmente di dissuaderla dalla folle impresa.
    Diretto da: Bruno Dumont
    Genere: musical
    Durata: 107
    Con: Lise Leplat Prudhomme, Jeanne Voisin
    Paese: Fra
    Anno: 2017
5.6

Come è possibile oggi, nel contesto mediatico sociale del mercato odierno, far conoscere alle masse l’ultimo esempio di un cinema autenticamente iconoclasta? Un’ opera potentemente fuori dal mercato e da ogni tendenza di gusto e di estetica, un’opera che, ricominciando da zero (rispetto a tutto il cinema contestuale), azzera tutto e rimanda con sobrietà ad un mondo della rappresentazione e della contesa estetica, dove lo sberleffo e l’invenzione pura, mirano alla creazione di un testo imprendibile e mai in sincrono con quelle che sono le attese del pubblico.

Un film come Jeannette, l’enfance de Jean d’Arc di Bruno Dumont, è stato prodotto dalla televisione francese, in un contesto scarno e povero, immerso nelle aree di una Francia rurale, fuori dal tempo, usando un cast di attori non professionisti, che spesso si stenta a definire tali. Nemmeno le grandi major francesi avrebbero mai dato credito ad un’operazione simile. Dumont ha fatto le cose in piccolo, con totale sprezzo di ogni regola del mercato, reinventa per l’ennesima volta (dopo P’tit Quinquin e Ma Loute) il suo cinema, rendendolo demente, aperto alla contraddizione della messa in scena, al dubbio, alla continua dialettica, fino a immaginare un mondo-cinema che non esiste più, rimandando ad una figurazione pittorica di struggente complessità.

Le invenzioni visive di un film come Jeannette non si contano. Si tratta di un musical stralunato, vergine, pieno di vertigini di senso e di ammalianti vuoti, di sospensioni comiche e di cambi di ritmo. E’ un musical che si arrende al verticismo delle messa in scena di suoni e voci dal fascino primario e primitivo, la linearità narrativa è corrosa dall’interno, la fotografia di Guillaume Deffontaines (collaboratore di Dumont dai tempi di Camille Claudel 1915), tende a marcare la luce in modo naturalistico, a riprendere le nuvole e l’aura divina, con cui Jeannette bambina dialoga appassionata e dubbiosa, come elementi di un decorso umano terreno e misterioso.

La ricezione di un film simile (telefilm o film? in questo caso abbiamo a che fare con un prodotto cinematografico allo stato puro, che per mere questioni produttivo-distributive viene inserito nella programmazione prima festivaliera, poi televisiva, dunque cinematografica in Francia, e quindi su piccolo schermo in Italia dove il film non trova una sua collocazione) è particolarmente ardua. L’opera-musical di Dumont è un esperimento audace, fuori dal coro, dotata di una sensibilità e di una raffinatezza uniche. Alla visione di un film simile è propedeutica la conoscenza del contesto storico, altrimenti si rischia di travisare il tutto e di annoiarsi. Ma sono questioni che riguardano la maggioranza del pubblico. Dumont sa benissimo di rivolgersi alle élite. Sono vent’anni che il regista di Bailleul fa cinema per pochi. I suoi estimatori, tra cui chi scrive, sono avvertiti: l’incomprensione delle masse è un ostacolo arduo da superare, ma chi si avvicina a sforzi registici come questi per esserne ammaliati e sedotti, riceve come una benedizione dall’alto.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).