Historia de la meva mort

Nella Francia a cavallo tra la fine del '700 e l'inizio dell' '800, Giacomo Casanova vive le sue avventure amorose, portando sempre appresso il suo servo Pompeo. Ma quando, durante il suo cammino, trova il Conte Dracula, sarà l'inizio dell'incubo.
    Diretto da: Albert Serra
    Genere: drammatico
    Durata: 148'
    Con: Vicenc Altaio, Lluis Serrat
    Paese: SPA, FRA
    Anno: 2013
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Nell’intervista concessa da Albert Serra ad Francesco Boille e pubblicata su FilmIdee, c’è tutta l’ideologia del cine-pensiero dell’autore di Honor de Cavalleria (2006), El Cant dels Ocells (2008) e il suo ultimo maestoso quadro visivo, Historia de la meva mort (2013).

I primi due film vennero presentati alla Quinzaine des Realizateurs, il primo andò al Festival di Torino in Concorso e vinse il Premio come miglior film. Historia de la meva mort è andato a Locarno 2013 ed è stato subito iridato con il Pardo d’Oro.
Il cinema del catalano Albert Serra rappresenta l’avanguardia pura, l’esegesi prossimale dell’originalità più radicale. E nell’intervista il tono radicale dell’intervistato si sente: si ha a che fare con un personaggio estremamente sicuro di sé, che sembra essere in perenne guerra contro il sistema del cinema, a detta sua, tutto uguale. E Serra non si vergogna neanche ad usare epiteti dispregiativi nei confronti del cinema dei colleghi.
Ma non si deve scambiare la sicurezza nei proprio mezzi con l’arroganza o la presunzione. E’ vero, Serra dichiara esplicitamente di aver girato la miglior versione possibile del Don Chisciotte di Cervantes. Questa sua sicurezza la si può toccare con mano in un film senza inizio e senza fine, completamente spaziale e indefinito, dalla forma ridotta ad incunabolo della memoria, dove il respiro figurale del cinema ritorna a farsi elegia monumentale della natura selvaggia.
Così è il suo ultimo film, Historia de la meva mort, dove l’incontro tra Casanova e Dracula genera momenti di sospensione dell’incredulità tali da rendere forma nuova al principio sperimentale dell’inquadratura fissa.
Dopo aver passato la fase iniziale, sicuramente difficile da digerire, da comprendere, da arrangiare ad uno sguardo non abituato alla cinematica dell’osservazione diacronica di gesti e sguardi, si arriva a contemplare l’assenza stessa del cinema e l’ingresso in un’estetica della visione dove il punto fisso da cui nasce l’azione rimane un sibilo senza forma, distillato di grazia e di radicale nemesi tra suono e immagine.
Lo sguardo di Serra fissa la natura primitiva del cinema. Il suo sguardo fermo sulla cinematica del grottesco, sul romanticismo macabro, sulla plastica dei movimenti, dei sussulti, nascondono una naturale propensione verso l’ellisse tragica. Come se tutto il suo cinema fosse un tentativo di fermare la memoria espansa. Raggiungere la stilizzazione antropocentrica del visivo e scoperchiare il vaso di Pandora dei suoni, delle luci, delle fiabe notturne.
E’ cosi che l’impressione di freddezza che hanno avuto alcuni critici non è altro che naturale spiazzamento davanti all’insormontabile fragore dell’ironia post-cinema.
Il post-cinema di Serra nasce per l’appunto da una diseguaglianza tra il ricordo del cinema del passato e l’elaborazione transitiva verso il limbo futuristico, in cui si tenta di dare forma alle memorie della Storia.
Nell’intervista di cui si diceva all’inizio, Serra afferma di aver girato 440 ore e aver passato un anno e mezzo per costruire su questo materiale le 2 ore e mezza del lungometraggio. M torna in mente il metodo di lavoro di un autore di docu-fiticon come Ulrich Seidl, che per arrivare alla 2 ore piene di Hundstage (Canicola, 2001) aveva lavorato su un numero di ore non tanto diverso dalle 440 di Serra.
Il film di Serra sembra a prima vista girato con molta semplicità, davvero scarna, non si immagina minimamente che dietro ci sia un impressionante lavoro di chirurgia dell’editing.
Questo è un altro punto a suo favore. Anche senza leggere l’intervista a Serra si sarebbe potuto comunque pensare di aver visto un grande spettacolo d’introspezione lisergica, le dichiarazioni di Serra servono a puntualizzare aspetti che già nel suo cinema si rivelano con esattezza cristallina.
Il suo cinema pretende molta pazienza e abnegazione dallo spettatore, siamo dalle parti di un “falso movimento” che sorprende ad ogni inquadratura, che ammalia, diverte, scandalizza. La scena della trasformazione della merda in oro, che fa gridare al miracolo Casanova, nella casa di Dracula, prima che anche anch’esso diventi preda di quest’ultimo, famelico uomo della foresta, è un assioma autoriale sconcertante, è la firma del grande autore che non ha paura di rivelarsi in quanto tale. Serra fa nascere l’immagine dove tutti gli altri si limitano a filmarla nel suo disfarsi.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).