La fine del mondo

A distanza di 20 anni un gruppo di 5 amici si ritrova per rivivere i bagordi della passata giovinezza. Decidono, così, di percorrere in una sola notte tutti i pub della Newton Heaven. Una volta arrivati all'ultimo, chiamato La fine del mondo, ne succederanno delle belle.
    Diretto da: Edgar Wright
    Genere: commedia
    Durata: 109'
    Con: Simon Pegg, Martin Freeman
    Paese: UK
    Anno: 2013
7.5

“…Show me the way to the next whiskey bar…”, recita Jim Morrison nel soundtrack de La fine del mondo (2013) di Edgar Wright. Ed a mostrare la strada è Gary (Simon Pegg), andropausa incombente, intenzionato a trascinare vecchi amici persi di vista in un’avventura birraiola rimasta in sospeso anni prima: completare il Miglio d’Oro, con tanto di mappa, ossia visitare i 12 pub della cittadina di Newton Haven, The Wold’s End, col “souvenir” di una pinta da tracannare in ogni posto.

Da giovani avevano mollato, pur divertendosi, dopo sei stazioni – e adesso, forse, non hanno l’età: Oliver (Martin Freeman) è un agente immobiliare, Peter (Eddie Marsan) vende auto ed è sposato, Steven (Paddy Considine) è un boss delle costruzioni ma ha sfasciato un matrimonio, Andrew (Nick Frost) è un pacioso ed irritabile avvocato diventato semi-astemio. Frastornati dalla parlantina di Gary più che persuasi, s’imbarcano: fin troppo distinti, fin troppo controllati – tranne Gary con la maglia dei Sisters of Mercy.
Dovrebbe venirne fuori una sbornia, invece è un armageddon di risate e colpi di scena. Dopo L’alba dei morti dementi (2004) e Hot Fuzz (2007), Edgar Wright riesce ancora conseguire un fortunato equilibrio tra il divertente ed il divertimento, mescolando comicità ed azione, nel pentolone in cui rimestare citazioni e contro-citazioni: se nei primi due film della serie nel mirino c’erano stati rispettivamente Romero e Michael Bay, questa volta l’attenzione è riservata ai classici della fantascienza degli anni ’50: così seriosamente spassosi.
E non è sola questione di generi: questa lente cinematografica consente a Wright, come già nella precedente apocalisse formato zombie, di trovare una forma seducente ed immediata per raccontare “i nuovi mostri”, vivi dementi, impiegatucoli e businessmen come atrofizzati da famiglia e lavoro, finché non arriva lo shock adrenalinico dell’immaturo di turno alla Trainspotting, pronto a sfasciare “il maxitelevisore del cazzo”.
Il signor nessuno di turno è proprio Gary, che di cognome fa King: difende il reame della propria libertà, ma soprattutto è il paladino di un’anti-epica campata in aria, donchisciottesca, in cui l’onore massimo di cui investirsi ad ogni costo è bere dal sacro graal dell’ultimo boccale al pub The World’s End. “Come i cinque moschettieri!” – “Non erano i tre moschettieri?” – “Quattro contando D’Artagnan” – “Be’, nessuno sa davvero quanti fossero, giusto? La storia è imprecisa”. Alticci al potere contro bassi contabili.
Solo in apparenza, allora, la prima mezz’ora pare rievocare imprese di gruppo in stile Una notte da leoni, con logorrea raddoppiata ed una sfilza di “già visto” che cominciano ad apprezzarsi quando s’intende che il regista “ci fa”: non a caso, ogni volta che la comitiva entra in un bar, tutto è volutamente uguale.
Come a dire: dozzinali i pub degli anni duemila a mo’ di McDonald’s, non meno che i film comici in serie. In quella che pare profilarsi come una notte da cloni, si scatenano eventi imprevedibili destinati a rimescolare l’identità stessa dei personaggi: chi si lancia in dichiarazioni d’amore rimaste in sospeso da decenni (la destinataria è un’ironica Rosamund Pike), chi trinca sei shottini, pur essendo astemio, o prende a gabellate gli avventori, pur essendo pacifico; chi, ancora, fugge da una torma di robot piuttosto incazzati, tipo occhi azzurri sul pianeta terra. Sarà pur sempre un’identità puramente cinematografica, un’identità fake.
Basti pensare che lo stesso Gary, braveheart del boccale prima e della libertà poi, libero davvero non è, visto che insegue a sua volta uno stereotipo: un moschettiere con le armi letali, un Rambo versione urban, un guerriero della notte, tipo fool on the Hill (Walter).
Ma non sono finzioni robotiche, perché l’immaginario cinematografico porta con sé brandelli di sogni, desideri inespressi, velleità rivelatrici: è sempre meglio che il lavaggio del cervello te lo faccia Hollywood, piuttosto che Wall Street.
Almeno ti resta la capacità di sognare, e dentro c’è ancora un cuore che pulsa (e qualche litro di birra), piuttosto che una poltiglia bluastra.

A proposito dell'autore

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Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".