Two Sisters

Dopo la tragica morte della madre, due sorelle tornano a casa. La maggiore, Su Mi, sospetta che siano stati la matrigna e il padre la causa della sua morte. Gli incubi non tardano a manifestarsi.
    Diretto da: Kim Jee-Woon
    Genere: horror
    Durata: 115'
    Con: Kap-su Kim, Jung-ah Yum
    Paese: SUD COR.
    Anno: 2003
6.7

Di Kim Jee-woon, interessante anche se non eccelso regista sudcoreano, in Italia sono arrivati solamente due film, l’horror Two Sisters (2003) e, con cospicuo ritardo e malcelato disinteresse distributivo, The Good The Bad The Weird.

Il riuscito The Foul King (2000) e il terrificante I Saw the Devil (2010, con il solito, laidissimo e travolgente, Choi Min-sik) finora non ce l’hanno fatta. La grande differenza che intercorre tra tutti questi lavori per genere, stile, ispirazione, ci dice tuttavia di quanto il regista non abbia una cifra pienamente personale e si esprima procedendo per accumulo di tentativi eterogenei e con molta discontinuità.
È anche il caso di Two Sisters, buon successo al botteghino coreano intorno al quale si possono sviluppare almeno due ipotesi d’interpretazione.
La prima è che si tratti di un prodotto di genere teso a sfruttare la voga dell’horror coreano d’inizio millennio, sulla scia di analoghe realizzazioni innescate da Tell Me Something – in realtà più che altro un thriller alla Dario Argento – e da Whispering Corridors.
La mano dell’autore è in tal caso garanzia di eccellente fattura e di ricercatezza tecnica, ma non sembra elevare particolarmente il film sopra la produzione coeva, in assoluto poco ispirata anche se abbastanza numerosa.
La seconda possibilità è che Kim abbia inteso il film e il genere di riferimento come opportunità di sperimentare una ricca tavolozza cromatica accanto a luci fredde e opprimenti: una sorta di memorandum, di esercizio di stile in vista di prove più personali e sentite.
Il che darebbe conto anche di certe trascuratezze di sceneggiatura e di un modesto impegno sui meccanismi della suspense, avvertibile per esempio nella scena in cui dalla bocca del padre scopriamo la vera natura dei problemi mentali di Soon-mi e del suo rapporto protettivo nei confronti della sorella.
L’eleganza di molte scene peraltro non risolve le aporie del film di Kim, il quale accumula insistentemente misteri e orrori negli ambienti claustrofobici (che la vicinanza del lago e delle prime sequenze all’aperto dovrebbe acuire più che mitigare, se non altro nelle intenzioni della regia), ma pare non sapere concretamente che cosa farne, finendo con l’avvitarsi in una messinscena che ha poco di originale, al di là dei pregi figurativi, e non apre riflessioni vertiginose su inferni familiari né su incubi individuali seriamente perturbanti.
La conferma, se vogliamo ricollegarci a quanto dicevamo all’inizio, che in confronto a illustri connazionali come Kim Ki-duk, Park Chan-wook, Bong Joon-ho (di cui si attende con trepidazione il quinto film, Snowpiercer), Kim Jee-woon ha un talento molto minore. Ma è di certo una figura di spicco nel panorama della penisola asiatica. Sperando che la nostra distribuzione si decida a farci vedere con costanza i suoi film.

A proposito dell'autore

Denis Zordan

Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...