Le streghe di Salem

Heidi è una dj di un'emittente locale. Un giorno ascolta un vinile spedito dai "Lord", il disco suona al contrario ed evoca strane entità malefica. Inizia una terrificante discesa agli inferi.
    Diretto da: Rob Zombie
    Genere: horror
    Durata: 101'
    Con: Sheri Moon Zombie, Bruce Davison
    Paese: USA, UK
    Anno: 2012
5.2

Lungamente atteso come verdetto oracolare sulle sorti dell’horror contemporaneo, o quantomeno sulla continuità creativa di Rob Zombie, Le streghe di Salem è un film spiazzante nell’uno e nell’altro senso: troppo originale, per quanto sfrontatamente citazionista, per originare cloni e filoni; più raffinatamente visionario e malato, come un sabba pop, rispetto allo slasher impasticcato, amichevolmente grindhouse, dei suoi predecessori, La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo.

Salem, nel Massachussets, è un luogo dal passato oscuro e stregonesco, solo apparentemente assorbito in un presente tranquillizzante e piuttosto statico. La stazione radio locale trasmette in loop i suoi dischi, così come la vita scorre senza sussulti, tra museo delle cere e qualche concerto.
La danza macabra ha inizio quando la dj Heidi (Sheri Moon Zombie, moglie di Rob) riceve un vinile, materializzatosi dal nulla, di un gruppo misconosciuto che si fa chiamare I Signori di Salem. È una musica disturbante, che scatena con passo cadenzato un’antica maledizione proveniente da una delle streghe arse sul rogo 300 anni prima. Per Heidi è la lenta discesa negli inferi, in cui non mancherà di trascinare qualche compaesano.

 

Il Fato, a differenza del destino, non lascia alcun margine all’azione, perché possa modificare quello che è già scritto dalle forze oscure. Così spiega una delle amabili vicine di casa di Heidi alla giovane, e questo brano vale tra le possibili chiavi di lettura del film.

Le streghe di Salem è un ininterrotto e crescente mesmerismo visivo, un cursus ipnotico d’immagini che travalica persino la logica narrativa delle svoltepunti di rotturascioglimenti, perché la storia altro non è che una processione rituale verso il baratro di un rogo riscattato, di un trionfo negli abissi, di uno sprofondare nell’apoteosi.

Carrellate in avanti e zoom-in di lentezza impercettibile, una fotografia bruna che inquadra interni angusti e magnetici, un andamento frustrante ed inesorabile, designano una letargia ad hoc, un ciclo fatale di sprigionamento del male che imprigiona, come un golem privo di volontà, la fragile figura di Heidi.

Manipolata come in Rosemary’s baby di Roman Polanski, costretta al confronto con stati allucinatori alla Ken Russell che inondano di sangue labirinti kubrickiani della mente, la protagonista femminile cessa quasi subito di essere protagonista: Sheri Moon non recita più, ma presta il corpo ad un tableau vivant di qualche pittore di tormenti. Resta, cioè, come pure presenza iconica nel moltiplicarsi dell’imago diaboli, che Rob Zombie affresca con una spettacolarizzazione audio-visiva che culmina in un finale orgiastico.

 
Questo horror picture show, in cui il plot si disperde nella contemplazione dello spettacolo, parte con un clima da Overlook Hotel, con Heidi che sembra portatrice di una luccicanza all’incontrario, ossia della tara genetica dell’ottenebrarsi; si materializza, poi, in un’apertura magniloquente e frenetica, con qualche scenario che rammenta persino un film di derivazione videoludica come Silent Hill.
Per quanto Le streghe di Salem sia costellato di citazioni (ossessiva quella di Méliès) e suggestioni (da La chiesa di Michele Soavi, al misconosciuto Messiah of Evil del ’73 di Willard Huyck), pare sempre tendere ad una morbosità pop, ad un gusto per facili icone decadenti.
Coerente a questo umore è l’ampio ricorso musicale ai Velvet Underground, fino a quella All tomorrow’s parties in cui la voce spettrale di Nico fa da soundtrack alla deriva vaneggiante di Rob Zombie, affollata di finti idoli e cazzi di gomma, mascherate un po’ dandy della morte e presenze dissacranti attorno alla Regina del Male.

 

Ben lontano dalla brutale naiveté de La casa dei 1000 corpi, ancora più debitore di Tob Hooper e Sam Peckinpah che delle recenti ossessioni luciferine alla Polanski, Le streghe di Salem di Rob Zombie è un meccanismo divertito e pervertito, di visionarietà pasticciata e d’una truculenza trasformata in sguardo rassicurante, come un car crash di Andy Warhol: una violenza, cioè, addomesticata nell’estetica e consumabile come in un trip spettacolistico. L’horror è diventato malefiction.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".