Welcome to New York

Un potente uomo d'affari, Mister Deveraux, è abituato ad amministrare grandi flussi monetari, con grandi ripercussioni sui bilanci delle più importanti economie del mondo. Ma Deveraux ha anche un debole per il sesso che lo porterà ben presto alla rovina.
    Diretto da: Abel Ferrara
    Genere: drammatico
    Durata: 120'
    Con: Gérard Depardieu, Jacqueline Bisset
    Paese: USA, FRA
    Anno: 2014
7.5

Il cinema di Abel Ferrara è da sempre così impastato di realtà e di vita vissuta da rendere spesso impossibile distinguere tra finzione e verità: in questo senso probabilmente il suo vertice si è avuto con il discusso (e sottovalutato) Occhi di Serpente (Dangerous Game, 1993). Un film tratto dallo scandalo a sfondo sessuale che ha coinvolto l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn (d’ora in poi DSK), arrestato nel 2011 a New York con l’accusa di violenza sessuale ai danni di una cameriera di un hotel di Times Square, potrebbe apparire a prima vista come l’ennesima provocazione della sua carriera di regista “maledetto”.

In realtà il film non conferma per nulla questa interpretazione e non sembra aggrapparsi alla logica dell’instant-movie per sfruttare l’onda lunga di una vicenda che fece scalpore in tutto il mondo. La divisione ideale in tre atti è in qualche modo canonica: dell’affaire DSK si raccontano l’antefatto (nella prima mezz’ora il potente burocrate passa da un’orgia all’altra con la stessa furia e incapacità di trattenersi che caratterizzavano Il Cattivo Tenente di Harvey Keitel), la caduta (con l’umiliazione del carcere e delle perquisizioni personali) e una problematica presa di coscienza, che in piena tradizione ferrariana ha più che altro l’aria di una sfida e di una feroce recriminazione, di un’espiazione incompiuta condotta prima di tutto nel confronto con la moglie Simone (Jacqueline Bisset), figura ambiziosamente macbethiana e intelligenza grigia dietro la vita pubblica del marito.
La migliore riuscita di Welcome to New York sta nella paradossale capacità della regia di allontanare l’eccesso di realtà. La scelta azzeccata nei panni del protagonista Devereaux di Gérard Depardieu, attore sempre straordinario e capace di attirare su di sé l’attenzione con la carnalità esasperata che lo contraddistingue (oltretutto protagonista di un’altra polemica che ha fatto scalpore nel mondo e ancora di più in Francia, quando nel 2012 dichiarò che avrebbe preso la cittadinanza belga per sfuggire alle tasse imposte dal presidente francese Hollande) riesce infatti a togliere di mezzo i cascami del gossip. Quello non è DSK. È Devereaux, punto. E forse non è neppure così importante che sia un uomo di immenso potere, se non per l’eco che la brutta storia di cui si rende protagonista produce.
È fin troppo chiaro che ad importare a Ferrara non sono le implicazioni politiche del discorso, con i corollari sullo stato del capitalismo mondiale che interessano solo la critica di bocca buona e poco attenta al discorso (ondivago negli ultimi anni) del regista italo-americano.
L’ultimo terzo del film è una palese resa dei conti. Poco classica, risolutamente antispettacolare, improntata ad un cinema da camera che mette a dura prova lo spettatore disattento. Un film che nasce nel nome dello scandalo pubblico si conclude con un lavacro privato, contraddittorio e tendenzialmente repulsivo, certo più delle esagerazioni da satiro della prima mezz’ora, in cui Devereaux si abbandona alla depravazione con il desiderio bestiale a guidarne ogni azione.
Gli improvvisi sguardi in macchina, le massime sull’esistenza che Devereaux produce nel corso dei suoi incontri con Simone e con lo psicologo tradiscono però uno dei maggiori limiti del cinema di Ferrara, che nei suoi risultati massimi (in particolare i film scritti da Nicolas St. John, ma non solo), è sempre stato in grado di spezzare l’assedio delle ambizioni autoriali per diventare qualcos’altro, fosse pure “bressonianamente, la storia del salvataggio di un essere umano in virtù della Grazia” (Alberto Morsiani su Il Cattivo Tenente) o “fantastico allo stato puro” (Alberto Pezzotta su The Addiction).
Viceversa, Welcome to New York si chiude con il burocrate che si rivela un uomo debole, in certo qual modo malato (“Sono sessodipendente” dice alla consorte), a volte lucido ma fondamentalmente privo di carattere. Ferrara voleva rendere patetico il “mostro”, svelarne l’umanità sotto l’orrore. Ma è caduto in quell’intellettualismo che permea molte sue opere. Sarebbe in ogni caso sbagliato irridere il tentativo. Welcome to New York è un lavoro ragionato, significativo, lontano dal facile scandalismo. Ma è un film che comunque non rappresenta un passo avanti nel corpus ferrariano.

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Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...