Oltre le colline

Alina torna in Romania da Voichita, sua grande amica d'infanzia. Voichita vive in un monastero ed è molto devota. Alina la vuole portare via con sé in Germania. Ma il rapporto tra le due non sembra più essere quello di un tempo.
    Diretto da: Christian Mungiu
    Genere: drammatico
    Durata: 150'
    Con: Cosmina Stratan, Cristina Flutur
    Paese: ROM, FRA
    Anno: 2012
7.1

In molti hanno preso questo Dupa dealuri (Oltre le colline) del rumeno Christian Mungiu come un’opera inferiore a 4 mesi, 3 settimane, due giorni (2007), film brillava per essenzialità, perfetta unità di spazi e tempi, con tutti i crismi del capolavoro, con un’ironia tagliente che era sempre puntualmente incanalata nel verso dello sberleffo e della sottile e agghiacciante critica sociale.

Oltre le colline presenta invece una struttura più corposa, in alcuni casi ripetitiva, ma verrebbe da dire rituale, in cui il regista si prende più tempo, quasi a tentare una svolta verso l’assoluto.
Questo Mungiu ha un talento innato nello spingere la scena e gli attori oltre un senso comune del fare cinema, Oltre le colline assomiglia ad un horror essendo un melò di anime fragili che vengono dipinte in un’atmosfera in perenne tempesta.
Eppure non c’è cinema poetico, Mungiu conosce bene l’obiettivo del cinema, non si lascia mai abbindolare dall’enfasi, non trasporta mai i suoi personaggi nel contesto di una empatia con lo spettatore, pretende di dare un’esecuzione relativa al metodo del fuori campo, costruisce la tensione attraverso il non detto e apre alla teoria della personalizzazione bunueliana dello stilema visivo.

 

Oltre le colline sembra un’opera infinita sulla finitezza umana, raccoglie nel tempo la nascita di rapporti di causa che poi tenderanno a mostrare un deragliamento verso l’incalcolabile, non mostra mai l’evidente dell’esorcismo, non tende mai alla spettacolarizzazione del dolore o dell’atto sovrannaturale, mette in scena il sacro attraverso la naturalezza di uno sguardo pulito e scarno e l’uso di una fotografia che sancisce la perentoria consacrazione della scena nell’ambito di una magia tesa verso il sublime.

E’ un cinema difficile, pesante e, in qualche modo, spento questo del rumeno Mungiu. Qualcosa che arriva ad ottenebrare il reale, disfacendo l’horror, senza mai avere bisogno di un immaginario dell’orrore.

 

Mungiu offre con un delicato afflato, il motivo di una disputa amorosa che si conclude in tragedia, affrancandosi da ogni altra precedente rappresentazione visiva, da Bunuel in poi. Mungiu offre dell’amore tra due ragazze momenti inediti di intima complicità e sofferenza che riportano sempre le ombre nel decoro di una resurrezione dei sentimenti annichiliti dal verbo divino che sancisce, inequivocabilmente, la fine della libertà e il concepimento di una soglia di visione interdetta.
L’aver udito la Voce di Dio da parte di Voichita, rende pazza di gelosia Alina, come se il suo antagonista in amore fosse imbattibile. Questo porta alla follia Alina e ne decreterà la morte, Mungiu agisce su di loro così come aveva fatto con le due ragazze del film precedente, altro thriller serratissimo, se questo ultimo non ha la stessa essenzialità del precedente, questo è da attribuire al fatto che perché la narrazione prendesse corpo ci voleva più tempo. Mungiu non spreca nemmeno un minuto e alla fine viene ripagato. Oltre il tempo della visione c’è lo spettro del cinema, sembra dirci Mungiu.

A proposito dell'autore

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Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).