Father and son

Giappone, tempo presente. Una famiglia composta dal padre Ryota e la madre Midori, viene a sapere dall'ospedale dove è nato Keita, il loro unico figlio, che all'epoca della sua nascita ci fu uno scambio di coppie. Inizierà un lento processo di presa di coscienza da parte della famiglia.
    Diretto da: Hirokazu Kore-eda
    Genere: drammatico
    Durata: 121'
    Con: Masaharu Fukuyama, Machiko Ono
    Paese: GIAP
    Anno: 2013
6.9

Ogni nuovo film di Kore-Eda Hirokazu è una conferma dello straordinario talento di narratore di uno dei registi giapponesi più importanti affermatisi negli ultimi 20 anni, anche se con la parziale eccezione di quel mezzo passo falso che fu Air Doll (2009).
L’uscita in sala di Father and Son, inoltre, è un regalo inaspettato di una distribuzione, quella italiana, che non ha metodo né regola apparente a sorreggerne l’operato: perché ignorare in precedenza capolavori come Aruitemo Aruitemo (Still Walking, 2008) o Kiseki (I Wish, 2011), che da parte loro sono altrettanto importanti di quest’ultimo film e, anzi, ne costituiscono in qualche modo il complemento e la premessa? Davvero un mistero.

Father and Son, ad ogni modo, sembra riprendere le mosse da I Wish, penetrante sguardo su una famiglia separata per mezzo della sensibilità di due fratellini, capace di unire il sentimento di Truffaut con l’avventura e il coming of age di Stand By Me.
Ryota, il padre di Father and Son, attraversa vari momenti di crisi e di consapevolezza dal momento in cui scopre la verità sul figlioletto Keita, scambiato poco dopo la nascita: ma l’abilità di Kore-Eda è quella di non farli mai diventare stereotipati, di non irrigidire in tesi semplificatorie le progressive acquisizioni del personaggio.
Che è bellissimo, proprio per come in forma non convenzionale si accenna al cambiamento di un uomo che al principio del film viene dipinto come proteso verso la ricerca del successo professionale prima di tutto il resto (ma senza tratti caricaturali, che è uno dei grandi segreti di questo cinema essenziale, eppure estremamente complesso). L’attenzione, però, non si concentra solo su Ryota e sul suo spaesamento di fronte all’agnizione del figlio.
Malgrado sia straordinaria la scena in cui Ryota e il vero figlio biologico siedono uno di fronte all’altro e il bambino inanella una sfilza di “perché” capaci di scuotere profondamente il genitore, nel film c’è una ricchezza di temi che colpisce. Il confronto tra le due coppie di genitori di diversa estrazione sociale, differenti per modi, pensieri, reazioni verso i fatti e le cose della vita, è palese: ma non vive né si esaurisce in facili quanto sterili contrapposizioni di classe.
Kore-Eda non sorvola sulle durezze e non nega i momenti distesi, evitando sempre le trappole del melodramma famigliare grazie ad una scrittura tanto densa da far pensare praticamente ad ogni scena. E se le logiche del sangue, come quelle sociali, sembrano di continuo poter prendere il sopravvento senza mai farlo compiutamente, il Giappone contemporaneo che s’insinua sotto la coltre di piccoli drammi e scosse quotidiane è (similmente a quello sull’orlo di un vulcano attivo immaginato da uno dei ragazzini di I Wish) sempre al bivio tra l’affidamento alla tradizione e una nuova, più problematica coscienza di sé.

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Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...