Big Eyes

Anni '50. La pittrice Margaret incontra e sposa lo spavaldo Walter Keane. Non riuscendo a vendere i suoi quadri, Margaret lascia che il marito gli faccia da promoter spacciando per suoi i dipinti. Ben presto si sente frustrata, vedendo il suo talento attribuito solo al marito.
    Diretto da: Tim Burton
    Genere: biografico
    Durata: 105
    Con: Amy Adams, Christoph Waltz
    Paese: USA
    Anno: 2014
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Il giornalista Dick Nolan, voce narrante della vicenda di Big Eyes, dichiara fin dall’inizio in modo lievemente equivoco che il suo lavoro è quello di raccontare storie. Se il limite di ogni trasposizione biografica è di rimanere per forza di cose al di qua della verità dei fatti, l’interpretazione è l’unica ancora di salvezza. Di conseguenza la chiave di un personaggio cinematografico può risiedere solo nella sua verità poetica sullo schermo.

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Lo ricordiamo perché ad uno scrupoloso cronista come Nolan (e ad un regista come Tim Burton, che è sempre l’autore di Big Fish) manca in Big Eyes proprio quella distanza che farebbe di un materiale di esemplare ambiguità una storia in cui i piani della narrazione si potessero agilmente aprire all’interpretazione e all’emancipazione della lettura personale. Imbastito su un telaio diligentemente predisposto al dramma di denuncia, Big Eyes non sguscia quasi mai fuori dai binari, bruciando lungo la strada una quantità non indifferente di opzioni e di prospettive. Chi è Margaret Keane nell’angolazione scelta dagli sceneggiatori di Ed Wood, Scott Alexander e Larry Karaszewski? Naturalmente è una vittima dei tempi, del marito, delle convenzioni sociali che vogliono la donna in secondo piano e l’arte femminile come un orpello insignificante. E chi è viceversa Walter? Naturalmente è un approfittatore, un pigmalione per caso, uno scaltro sfruttatore di altrui debolezze e un sagace amministratore della sua egemonia di produttore della ricchezza nell’ambito dell’unione coniugale.

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La scena in cui Margaret tenta maldestramente di promuoversi da sola come pittrice è nella sua didascalicità una stazione simbolica rivestita di troppa pregnanza per non incardinare lo sviluppo ulteriore del plot sull’antagonismo tra un maschile che cerca di conservare le proprie prerogative dominanti e un femminile che si prefigge di conquistare la dignità come genere non “alternativo”, bensì “vicario” rispetto all’altro. Scivolano allora nel sottofondo le pur pertinenti riflessioni sul rapporto tra arte e mercato, sommerse da una messa in scena che non sfrutta il potenziale occulto dei personaggi di una storia più enigmatica di quanto sembri. Script e regia non colgono affatto lo spunto per indagare sulla svolta di Margaret, la quale trae dall’adesione alla dottrina dei Testimoni di Geova la risolutezza che fino a lì le difettava (nel film la correlazione risulta verosimile, ma viene lasciata cadere nel nulla). Ancor di più, la subdola personalità di Walter, anziché essere il semplice controcanto al candore della moglie, si sarebbe potuta leggere come il segno percettibile di una dissociazione sia repulsiva che patetica.

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La recitazione sopra le righe di Christoph Waltz poteva trovare cioè un significato se si fosse fatta luce sul personaggio freak che Walter in qualche modo realmente fu (la nota conclusiva dice che, dopo smascherato, continuò sempre a proclamarsi il vero artista): se Burton avesse lo spirito di un tempo avrebbe di certo azzardato il lamento sopra la struggente condizione di un aspirante artista senza talento, condannato a rimanere a galla nel mondo solo con la propria abilità di spacciatore di fole agli altri e a se stesso. Ma appunto, Burton non lo ha materializzato e si è tenuto quasi a rispettosa distanza di sicurezza dallo stravolgimento di figure cristallizzate in ruoli abbastanza canonici. Come se avesse avuto paura di intaccarne la compiutezza, con un rispetto che assomiglia a quello di chi ammira gli artisti senza osare discuterne l’opera.

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Tutto questo a meno di non considerare a sua volta l’intero Big Eyes come una consapevole “crosta”, uno spietato autoritratto di un artista che alla sincera ispirazione ha sostituito la destrezza nel gestire la sua nomea d’autore. L’ipotesi è per noi sfiziosa, ma non ci sentiremmo davvero di scommetterci sopra.

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Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...