Il mito dei 47 ronin, uno dei più celebri racconti della cultura giapponese venne portato su schermo nel 1941 da il grande regista nipponico Kenji Mizoguchi, nel capolavoro La vendetta dei 47 Ronin, che ricostruisce la storia del nobile Asano, il quale, nel 1701, durante un ricevimento a palazzo, in un momento di rabbia, ferì il cerimoniere Kira: l’autore del gesto fu costretto a compiere hara-kiri. I 47 samurai a servizio di Asano, consapevoli di aver subito un torto contro il loro maestro, meditarono vendetta a costo anche della vita.
La pellicola di Mizoguchi, una delle più belle e affascinanti del cinema giapponese, è una tragedia greca, dove le immagini statiche e la ritualità dei gesti trasmettono tutta la solennità della vicenda.
La fissità e l’incredibile geometria delle inquadrature portano a provare lo stesso tormento dei samurai, gli stessi pensieri e dubbi. Un immobilismo d’immagine che si fa veicolo per le emozioni.
Attento ad ogni particolare scenografico Mizoguchi è essenziale ma vibrante, austero nel voler fermare il tempo del visivo, concedendosi solo alcuni, lenti, sinuosi movimenti di macchina, quasi a non voler invadere la storia ma solo sfiorarla.
La messa in scena omaggia la composizione teatrale, dove gli attori sembrano muoversi in un unica immensa scenografia in interni, spazi che diventano set indipendenti dalla architetture mai fuori posto.
Il racconto dei 47 ronin ha tutto il peso della grande epica, nel film si respira l’aria dell’attesa, della preparazione e del dubbio. Spinti da un onore e da un ideale incontrovertibile i samurai sono decisi a difendere l’orgoglio del proprio padrone ingiustamente ucciso, la vendetta come obbligo morale, come giustizia si pone come valore superiore ed incontrovertibile.
Ma Mizoguchi non si fa mancare l’ambiguità, mostra la dialettica interna ai personaggi, i quali dubitano sulla vendetta come atto consequenizale ad un affronto subito, tentando di trovare risposta ad una situazione che pare senza via d’uscita: la dignità di un uomo ferita, un sacrificio che deve essere fatto senza alcun tipo d’egoismo ma col massimo della fedeltà.
Mizoguchi compie un ritratto struggente del Giappone e della sua cultura di onore e lealtà e soprattutto realizza un omaggio al codice etico del Samurai, che viene riassunta nel film come condotta composta e dignitosa, anche sul punto di morte. Morte che Mizoguchi esclude dal campo visivo del proprio film, annullandola sorprendentemente dove ci si aspettava venisse mostrata, dove le immagini che avevano costruito il sentiero finissero per mostrare.
La vendetta che verrà compiuta dai Ronin è fuori campo, affidata alla parola e all’oralità. Ancor di più nel finale, dove i 47 Ronin, una volta compiuta la loro missione, accettano il loro destino: la macchina da presa di Mizoguchi si allontana, lasciando al privato e all’intimo di ognuno la propria fine, sentiamo solo i nomi, ancora la parola quindi, ma non ne vediamo i volti.
Ben 72 anni dopo, il cinema americano mainstream ripropone la medesima storia in 47 Ronin, opera prima di Carl Rinsch e con protagonista Keanu Reeves. Ovviamente qualsiasi paragone con il capolavoro di Mizoguchi risulta fuorviante e fuori luogo, anzi la stessa vicenda dei 47 Ronin conta poco, perché usata come pretesto narrativo per un mediocre action-fantasy, molto prevedibile e colmo di banalità.
E’ interessante notare come il cinema hollywoodiano cannibalizzi e plasmi qualsiasi cosa gli capito sotto mano, trasformando in una comune avventura all’americana con l’eroe di turno (in questo caso Keanu Reeves) anche uno dei più famosi racconti giapponesi. Il Giappone e il suo retaggio culturale e storico scompaiono visto che il primo è usato più come meta esotica dove ambientare la trama e cultura e Storia diventano un modello da fast food, digeribile da chiunque e priva di spessore estetico.
Il punto non è certamente essere delusi dal fatto che 47 Ronin di Rinsch c’entri poco con il suo illustre predecessore o che sia un brutto film, diretto male e messo in scena anche peggio, aspetto ampiamente pronosticabile, ma il fatto che venga annullato completamente lo spirito e l’essenza di un racconto proveniente da altri contesti, senza la minima voglia di voler rispettare e riportare con cura quest’ultimo. Sarebbe stato molto più sensato da parte dei produttori USA non intitolare il film 47 Ronin, sarebbe stato un modo più onesto di qualificare l’operazione con Keanu Reeves come ricalco di un revenge movie di seconda mano. Perché della gloriosa storia dei Samurai che si sacrificarono per l’onore del loro Maestro non c’è proprio nulla.

A proposito dell'autore

Riccardo Tanco

20 anni, diplomato al liceo linguistico. La passione per il cinema lo ha travolto dopo la visione di Pulp Fiction. Ha frequentato un workshop di critica cinematografica allo IULM. I sui registi di riferimento sono Tarantino, Fincher, Anderson, Herzog e Malick. Ama anche anche il cinema indie di Alexander Payne e Harmony Korine. Oltre che su CineRunner, scrive anche su I-FilmsOnline.