Viva la libertà

Un politico italiano, Enrico Olivieri, decide di uscire temporaneamente di scena. Lo sostituirà il fratello gemello affetto da sindrome bipolare, aiutandolo a risalire nei sondaggi.
    Diretto da: Roberto Andò
    Genere: commedia
    Durata: 94'
    Con: Toni Servillo, Valerio Mastandrea
    Paese: ITA
    Anno: 2013
6.8

Viva la libertà di scrivere sul film di Roberto Andò a distanza di mesi dall’uscita, al più con la memoria rinfrescata dal recente riconoscimento ai David di Donatello (premio per la miglior sceneggiatura).

Se è vero il riportaticcio giuntomi dalla carta stampata e dalle webzine di critica cinematografica, la creatura del regista e scrittore palermitano sarebbe variamente da battezzarsi come: 1) de profundis moraleggiante del Partito Democratico; 2) comma di un sottoparagrafo di un’ideale filmografia dal titolo “cinema italiano politico impegnato” (e si possono aggiungere altri 3 o 4 aggettivi, a mo’ della supercazzola involontaria dei compagni di partito del film “Paz”); 3) ancora, come riedizione di Totò terzo uomo (basta vedere Toni Servillo in un doppio ruolo per farsi venire le più balzane fantasie critiche); 4) metamorfosi di Toni Servillo da divo sorrentiniano in doppio divo e contro-caimano, con una spruzzata di di psicosi morettiana tipo Michel Piccoli in Habemus Papam.
A tutto questo si è pensato, e di questo ed altro si è scritto, al punto che la crisi di crescenza pirandelliana che investe il protagonista del film di Roberto Andò, sembra essere diventata una crisi “ermeneutica” del giornalismo: il film sarebbe uno, nessuno e centomila. Merito di un impianto drammatico volutamente sfuggente, di avvincente e vitale complessità, che mobilita l’attivazione e la domanda. E non sempre la risposta, citazionistica o fantapolitica, è rassicurante.
La storia – e secondo molti: siamo noi – è quella di Enrico Oliveri (Toni Servillo), uomo di sinistra e segretario del principale partito d’opposizione. In tanti l’opposizione la fanno a lui, reo di non aver saputo assicurare ai suoi una guida carismatica e di non essere stato in grado di scaldare gli animi: i sondaggi parlano di grande gelo. Confuso e infelice, cerca pace (ma nessuno pensi a Totò) in Francia da Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), amante di un’estate a Cannes, ora sposata con una figlia.
A Roma, intanto, il fido collaboratore Bottini (Valerio Mastandrea) ci mette una pezza, parlando di malore, poi escogitando un piano B rischioso: fare del gemello di Enrico, il filosofo Giovanni Ernani (ancora Servillo) affetto da disturbo bipolare depressivo, il volto della campagna elettorale sotto le mentite spoglie del fratello.
Giovanni si diverte un mondo, Bottini suda freddo ma raccoglie risultati incoraggianti, Enrico cerca se stesso con un viaggio nel passato ed una fotografia in bianco e nero. Garbato e brioso, Viva la libertà è un gioco di maschere che della farsa e del teatro raccoglie la scorrevolezza d’azione, il gusto dell’equivoco, l’accuratezza dei dialoghi, ma mai scivola nella commediucola, per la ricchezza del sottotesto, né nel livore ingessato del pamphlet, per l’accostante ed elegante semplicità da haiku giapponese.
Proprio un breve componimento orientale è quello citato da Ernani, interrogato sui massimi sistemi ma sempre pronto a rispondere con spiazzante ed istrionica ispirazione: “È primavera! Sottili veli di nebbiacelano anche la montagna senza nome. È la mia questa figura di spalleche se ne va nella pioggia?”.
Il film di Roberto Andò, difatti, è tutto in questo fascinoso interrogativo denso di poesia. Tra nebbie e figure di spalle, annebbiamenti mentali e controfigure, Viva la libertà si sviluppa sull’impostura, che da negativa (quella politica) diventa positiva (quella del cinema, quella del teatro): il nuovo “Enrico”, impersonato dal fratello, porta il tango a piedi nudi nelle stanze dei bottoni, ballando con la cancelliera simil-Merkel; gioca a nascondino al Quirinale col Presidente della Repubblica; infiamma i comizi citando Brecht; stende a suon di haiku il pedante team dei portavoce.
È la strategia della dis-tensione: da impostura come raggiro e come bruttura, la politica si fa, nelle trasformazioni ludiche di Ernani, invenzione della speranza, creazione di un conato morale, atto di cultura.
La comparsa di Fellini in un filmato d’epoca è strategica, e l’illuminazione viene ancora dall’Oriente, ossia dalle parole del marito di Danielle, il regista cinese Mung (Eric Nguyen), figura ispirata a Wong Kar-wai. Nel mostrare ad Enrico una dichiarazione dell’autore riminese, che si lamentava delle interruzioni pubblicitarie nei film, Mung spiega che Fellini è stato “l’artista che più di tutti ha lottato perché l’indecenza non diventasse abitudine”.
Succede, allora, che proprio violando le rispettive abitudini i personaggi si accostino alla propria identità, riescano a contemplarla con sguardo nuovo, come vedendosi di spalle: Enrico vola in Francia, dove avvicenda visioni subacquee in piscina – una delle scene più surreali, a mo’ di Atalante – ad agnizioni sul suo passato, tra fotografie e chiacchiere con la bambina di Danielle; Ernani, il bipolare, riesce ad essere se stesso, libero dalla camicia di forza, solo impersonando un altro; Bottini, che cerca di capire se è vero quello che si dice intorno a Ernani, si disintossica dalla politica come tecnica di comunicazione, avvicinando l’idea di un orizzonte emotivo e valoriale.
Emblematica la scena in cui il Ernani appallottola e cestina il discorso preparatogli da Bottini, ma riesce nondimeno a conquistare la platea: il folle che arringa le folle. Fidando sulla capacità mimetica di Toni Servillo, Viva la libertà di Roberto Andò pare smascherare certa demoralizzante e de-moralizzata politica dei tempi nostri, ma con più ficcante penetrazione psicologica, alle sale dei congressi preferisce il sale delle vite private, delle identità irripetibili che non riescono a darsi un nome: pur avvertendo, infine, l’importanza di chiamarsi earnest, di affrontare con onestà la propria identità, di essere onesti o Ernani. “Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”, cita il gemello da Brecht. L’ha detto un altro, ma forse è solo la nostra figura di spalle.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".