Sacro Gra

Storie varie di persone comuni (un nobile decaduto, un pescatore d'anguille, prostitute transessuali, un esperto botanico), si svolgono nei pressi del GRA, il Grande Raccordo Anulare di Roma.
    Diretto da: Gianfranco Rosi
    Genere: documentario
    Durata: 93'
    Paese: ITA
    Anno: 2013
6.3

Sacro GRA (2013) di Gianfranco Rosi ha suscitato parecchie e vispe polemiche dopo avere ricevuto il Leone d’Oro a Venezia principalmente per il fatto di essere “un documentario” anziché un film di finzione (a cui il Concorso della Mostra del Cinema è dedicato).

Polemiche pretestuose e un po’ sciocche, in verità, spesso sollevate e da taluni ingigantite senza avere neppure visto il film. Che non è un documentario, tanto per iniziare. Ma mi pare un inizio di quelli determinanti: perché se il regista sente il bisogno d’intervenire sui personaggi del suo film, sottolineando (a volte basta un’inquadratura più lunga del solito) aspetti della loro vicenda umana, è segno che è infine perfettamente consapevole dell’inconsistenza di qualsiasi pretesa di separare con una cesura netta documentarismo e racconto di finzione.
Sacro GRA è un documentario, se proprio si vuol discorrere di genere, quanto può esserlo un film di Michael Moore… che non c’entra niente in sé, ma chi vuol capire capirà. Non è un lavoro rivoluzionario, quello di Rosi, questo è chiaro.
Ritrarre la varia umanità che popola le immediate prossimità del Grande Raccordo Anulare rappresenta in primo luogo uno sforzo di chiarezza, quella di mettere in evidenza che, davanti alla macchina da presa non ci sono privilegi, se non quelli che la stessa mdp, attraverso le scelte e la grammatica della regia, decide di (o finisce per) porre in essere.
In tal senso, è sottilmente ironico che molti dei personaggi di Sacro GRA abbiano più spazio di altri, semplicemente minori. Segno che un progetto come quello di Rosi, di filmare senza schemi preventivi la realtà di un luogo “marziano” (ma nel prologo, come similitudine, ci si riferisce a Saturno) come un’autostrada che, in certo senso, non conduce in nessun posto, s’infila in un vicolo cieco. Il luogo alieno (che qualcuno chiama “non luogo”) manifesta una personalità che influenza con prepotenza i punti di vista e le prospettive.
Ne viene per forza che il film di Rosi, già autore del più vibrante El Sicario Room 164 (2010), è un ibrido, come tale relativamente poco nuovo o coraggioso. Ma il tocco del regista è indiscutibile, la qualità anche: e nel personaggio del botanico/entomologo s’insinua una delicata autoironia che è come un messaggio in una bottiglia.
Solo che qui si tratta di un naufrago il quale, mentre aspetta la nave che lo riporterà a casa, si gode volentieri un panorama che è un viaggio nell’imprevedibilità del noto.

A proposito dell'autore

Denis Zordan

Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...