Il cinema americano recente è marchiato tutto dalla presenza silenziosa, quasi minacciosa, di un grande attore dal talento purissimo, per aderenza ai personaggi avvicinabile ai mostri sacri della Hollywood degli anni d’oro come Gary Cooper o Humphrey Bogart: Samuel L. Jackson. L’attore americano ha contribuito con la suo inconfondibile stile “a fioretto” a lasciare dietro di sé una serie di interpretazioni dove la modernità si sposasse sempre con il classicismo dei maestri. Non sempre il sistema delle major gli ha dato la possibilità di esprimere al meglio le sue doti camaleontiche, ma la sua capacità di mimetizzarsi all’interno di un quadro cinematico sempre complesso, gli ha dato la possibilità di instaurare un legame indissolubile con lo spettatore.

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La carriera di Jackson abbraccia diversi decenni, dagli anni ’80 con i film di Spike Lee, fino agli anni ’10, dove giganteggia in molte mediocri super produzioni blockbuster, nelle quali solo raramente si riesce a vedere un lampo di genio (il secondo capitolo del franchise di Captain America). La lunga filmografia di Jackson si può sintetizzare in 4 ruoli fondamentali: Pulp Fiction (1994) di Tarantino, il film che lo trasforma in una star globale; Jackie Brown (1997) a tutt’oggi la migliore performance di Jackson e uno dei film più straniati e situazionisti di Tarantino; Unbreakable (2000) di M. Night Shyamalan, raro caso di cinecomix inventato di sana pianta dal regista di origini indiane; il personaggio di Nick Fury nella saga degli Avengers, dove spicca la gemma di Captain America The Winter Soldier.

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Dal lavoro svolto con Tarantino Samuel L. Jackson importa il gusto per la risata ieratica, per lo sberleffo, per la calma compiaciuta che prelude ad un inaudito scoppio di violenza. Jackson comparirà in forme più o meno indirette di cammeo in altri film del regista, lasciando sempre un’impronta di forte riconoscibilità. Pulp Fiction è il film con cui Jackson esplora l’importanza della scena catartica in un contesto dove la parola si fa vettore di significanza perturbabile. L’attore americano modula il suo timbro vocale assumendo un tono che va dal mellifluo al minaccioso, impartendo una lezione di recitazione fuori dal comune. Ma la capacità di Tarantino di “maneggiare” Jackson come un ordigno nucleare pronto ad esplodere ne fa uno dei più grandi direttori di recitazione del nuovo cinema americano. Solo chi ha studiato la lezione di Howard Hawks può arrivare ad attingere il meglio da mostri sacri come Jackson.

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Jackie Brown rappresenta lo zenith di un’intera carriera. Jackson riceverà l’Oso d’Oro a Berlino per la migliore interpretazione maschile. Il suo mix di turpiloquio e nonchalance lo eleva a vette vertiginose della recitazione moderna. La trama di Jackie Brown è molto complessa e lo stile volutamente ellittico e mai didascalico di Tarantino lo rende una gemma del perturbabile all’interno del genere noir. Jackson riprende nella recitazione una classicità di stile che lo accomuna ai grandi gentleman della Hollywood di tempi d’oro. Così anche la semplice azione di accendersi una sigaretta o entrare nella stanza del detective Robert Forster diventano l’essenza di una cifra d’attore che sa di cult istantaneo. Quello che in Jackie Brown si produce come un falso movimento della coscienza ferita dell’America avida e impaurita di ieri e di oggi, è la capacità di un cinema che si propaga come un tessuto connettivo di asperità umane e false speranze, che si trasformano lentamente in un divertito incubo metropolitano. Dove Samuel L. Jackson suona l’assolo definitivo che decreta la fine di ogni certezza. E’ la cifra del postmoderno che diventa regola costruita ad arte nel cinema prossimo venturo.

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M. Night Shyamalan individua queste capacità nell’attore e lo invita a prendere parte alla grande pantomima di Unbreakable, fantasy realistico dove i due poli opposti di un immaginario cinecomix mai esistito si confrontano in un lento processo di autoanalisi (narrativamente non accompagnato da una adeguata struttura-cinema che riesce a far sentire allo spettatore tutto il peso dell’incontro), dove alla fine il personaggio di Elijah Price trasforma l’intera struttura narrativa aprendo inquietanti squarci nel cinema eccessivamente meditativo e privo di nerbo del regista indiano. Unbreakable è un’operazione estremamente ambiziosa e il suo incedere a tentoni identifica un certo cinema di ricerca che tenta l’impossibile sfida di togliere il velo dell’aspetto “magico” del genere fantasy per catapultarlo in un universo da thriller paranoico che sfiora il brillante paradosso senza fare sentire le vertigini del cambio di rotta. Elijah Price/Samuel l. Jackson è al centro di questo straordinario viaggio attraverso l’impossibile, dove lo sguardo dell’appassionato di fumetti incontra quello di una figura maestosa e rigida che pare già aver capito tutto del futuro.

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Nel recente immaginario fumettistico la figura di Nick Fury polarizza il senso inverso degli ultimi franchise targati Marvel. la presenza di Samuel L. Jackson sta lì a certificare il connubio tra intrattenimento e poesia della distruzione. La stella di Nick Fury brilla altissima solo nel già citato secondo capitolo di Captain America. Il motivo per cui l’avventura spionistica uscita nel 2014 sia così riuscita li lascio ai posteri, ammesso e concesso che l’operazione riesce nell’impresa di superare la prova del tempo. La cifra netta del successo di una così poco promettente operazione sta nella elasticità con cui i fratelli Russo hanno gestito il cast di Captain America The Winter Soldier. All’interno di ambientazioni blockbuster così complesse l’ironia di Nick Fury cade come un feretro di inossidabile giustizia linguistica. Il cinema di Samuel L. Jackson imprime in questo universo narrativo così fittizio una carica di adrenalina cinematica che dà ai nervi e al cuore del fumetto una simbiosi perfetta con l’immaginario classico del mito. Tra Chris Evans/Steve Rogers e Scarlett Johansson/Black Widow il Nick Fury di Jackson assume un ruolo di controllo e di resa del cinema fantasy al realismo del contesto spionistico.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).