Spring Breakers Una vacanza da sballo

Quattro amiche decidono di rapinare un fast food per pagarsi le vacanze, ma vengono arrestate. In galera conosceranno uno spacciatore che decide di aiutarle.
    Diretto da: Harmony Korine
    Genere: commedia, thriller
    Durata: 94'
    Con: Vanessa Hudgens, James Franco
    Paese: USA
    Anno: 2012
6.2

Sin dai titoli di testa il film Spring Breakers Una vacanza da sballo, presentato alla 69^ Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, risulta essere molto esplicito: coloratissimo, volgarissimo, adolescenziale. Non c’è da meravigliarsi che il film abbia un marchio tutto americano; poiché lì il concetto di libertà assume sicuramente un significato pieno.

Quando si è adolescenti si tende a vivere ogni istante, ogni singolo momento con un’energia e un entusiasmo che rendono tutto pieno di luce, di passione. Si è ribelli, si vuole imporre la propria identità e le proprie regole. Perché a sedici anni ci si sente forti ad avere una vita davanti e ci si sente legittimati a fare e provare di tutto: ogni esperienza serve a formare e insegna. In quella fascia anagrafica ci si avvicina spesso alle droghe, all’alcol, al sesso, alle prime relazioni. Ma non tutti possono o vogliono vivere il proprio periodo adolescenziale facendo una vacanza come quella delle quattro protagoniste del film. Queste ultime, pronte a evadere da una quotidianità noiosa e monotona, decidono di assaggiare un cibo prelibato in quanto rischioso e brioso.
Le ragazze-oggetto sono a contatto con le armi, le auto di lusso, le catene d’oro, il rap e il crimine; idolatrici dell’uomo dominante e disposte a far uso di stupefacenti, come a partecipare a orge, per soddisfare il volere del pusher. Una forma di prostituzione giovanile, o per altri di puro e assoluto divertimento. Non ci sono leggi: ognuna è libera di essere chi vuole e muoversi come vuole, senza sovrastrutture o modalità comportamentali richieste da una società borghese. Un luogo in cui la realtà viene sostituita da un videogame pilotato dal “re dello sballo”, ovvero James Franco; uno spazio sociale caratterizzato da donne in bikini, una musica assordante e un delirio di luci e colori. La fotografia è sicuramente il perno di questo genere di film, all’interno del quale l’effetto visivo gioca un ruolo fondamentale: lo sguardo è attratto da un contorno vivace e appassionante, dove i tramonti mozzafiato restano ben impressi.

Ma sbucciando il frutto si arriva a un nòcciolo che mostra la vera essenza di quel che si credeva avere tra le mani: un mondo magnifico eppure senza scheletro e senza spessore, vuoto. Un sistema senza costrizioni, ma povero di valori, in cui il rischio è quello di svegliarsi un giorno e non sentirsi rappresentato, di non sentirsi a casa. Il film comunica un senso di tristezza, inquietudine e amarezza; il ritratto esasperato di una società ipoteticamente reale lascia preoccupazione e sconforto. Tuttavia la pellicola risulta un pesce fuor d’acqua in una Mostra del Cinema intenzionata a pescare qualità e rilievo culturale, in primis, sociale in secondo luogo.