Incubo sulla città contaminata

Un giornalista televisivo, Dean Miller, deve intervistare uno scienziato famoso che deve atterrare all'aeroporto della città. Insieme allo scienziato scendono dei mostri che invadono la città.
    Diretto da: Umberto Lenzi
    Genere: horror
    Durata: 92'
    Con: Hugo Stiglitz, Laura Trotter
    Paese: ITA, MES
    Anno: 1980
4.4

Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi è oggetto di valutazioni apparentemente contraddittorie tra critici e fans.

Il film di Lenzi viene infatti considerato uno zombie movie, pur non presentando dei veri e propri morti viventi; è persino annoverato tra i precursori di 28 giorni dopo di Danny Boyle, per l’aggressiva velocità dei para-zombie, ma in realtà il suo nipote più prossimo è Planet Terror di Robert Rodriguez; è insieme uno degli horror italiani dal make up più dozzinale, eppure anche tra i più originale; più che un b-cult, sembra un parente povero di Romero, che saccheggia soprattutto da La città verrà distrutta all’alba (ma anche da La notte dei morti viventi: vedasi la scena della cantina), eppure è uno di quei parenti goffi, chiassosi e simpatici, poiché la sua miscela di horror ed action movie, per quanto derivativa, riesce peculiarmente gustosa.

Dean Miller (Hugo Stiglitz) è un giornalista che deve intervistare un famoso scienziato prossimo all’arrivo in città. All’atterraggio dell’aereo, però, a sbarcare sono passeggeri piuttosto speciali: persone infettate da una misteriosa malattia, causata da una fuga radioattiva da una centrale nucleare, e trasformate in temibili cannibali.

Le forze armate, in subbuglio, affermano che il loro morso è contagioso. L’infezione si allarga, i pochi a conoscenza del dramma cercano di raggiungere i propri cari. Che, intanto, devono nascondersi per sopravvivere. Tra i massimi esponenti del poliziottesco (suoi sono classici come Roma a mano armata e La banda del gobbo), quando si cimenta nell’horror (Cannibal Ferox, La casa 3) Umberto Lenzi produce risultati di indubbio interesse: garantisce Quentin Tarantino, che ha pubblicamente espresso a più riprese il gradimento per Incubo sulla città contaminata.

L’aspetto più caratteristico del film risiede in queste figure ibride di zombieinfettati, che con la duplice natura muscolare ed orrorifica incarnano in pieno il senso di un’operazione cinematografica volta a mescolare adrenalina e brividi. L’esercito degli invasati si produce in una miriade di raid supportati persino da tranelli e trappole, che proprio per la velocità di questi zombie alla Rodriguez ante litteram risultano più gustosi.

Da un lato, questa strategia, per la quale il tirocinio nel poliziesco all’italiana deve essere stata corroborante, dà luogo ad un’appassionante indeterminatezza bellica, con attacchi a postazioni come ospedali e case, in cui, poi, gli scontri fisici sono più memorabili rispetto alle degustazioni di carne tout court degli zombi classici: televisori lanciati come fossero granate esplosive da una parte, fucilate che fanno saltare teste dall’altra (per l’esattezza, ad una giovanissima Maria Rosaria Omaggio); chirurghi che lanciano bisturi come lanciatori di coltelli per uno schieramento, mani contaminate ma con lame al contagiro che amputano seni per l’altro.

È cioè una sorta di Risiko con tratti di Sturmutruppen non voluto, ma senza che gli abbassamenti di tono impediscano picchi di genuina tensione della paura: come nelle scene di claustrofobia domestica. D’altro canto, lo stato di ambasce in cui versa un esercito profilato come imbelle, inutile ed insensibile alle sorti della popolazione, risulta criticamente amplificato dal confronto con gli infettati, che lottano con bastoni ed accette, eppure appaiono un commando irrefrenabile.

Per un film prodotto in tempi di guerra fredda, il quadro catastrofico sembra incorniciato se non da un messaggio politico, quantomeno da un’antipatia qualunquista per la corsa agli armamenti e per le derive della scienza al servizio dei war pigs di turno.

Come nel Romero da supermercato, e nel Carpenter de Il serpente e l’arcobaleno, dunque, c’è un risvolto socio-politico, che sfocia addirittura nello sfogoanatema edificante contenuto nel dialogo dei due sopravvissuti, Dean e la moglie Ann (Laura Trotter), con quest’ultima, Cassandra ex post, che dice: “Una cosa è chiara, dobbiamo criticare anche noi stessi. Pensa solo alla vita che abbiamo condotto fino a ieri: chiusi in quelle ridicole città, in una giungla di acciaio e di cemento, come macchine. Tutto questo doveva succedere per capire la verità. Speriamo non sia troppo tardi”.

Per quanto spoilerante, è intenibile la necessità di chi scrive di sottolineare la goffa sproporzione tra cotanto predicozzo ed il volteggiare, nel vuoto, del manichino – e si vede davvero tanto che sia un manichino – che riproduce il corpo di Ann, la cui tentata fuga in elicottero finisce tragicamente. Seminare, cioè, spunti di Marcuse in mezzo alle purulente maschere di gomma dai bozzi di ketchup, è l’epitome del cult involontario.

Ma di deliberato, con un peso decisivo sulla godibilità del film, c’è la realizzazione estetica di quel nomen omen costituito dal titolo: la storia è veramente un “incubo che diventa realtà”. Sicché, nonostante la scolastica presa di coscienza dei suoi due protagonisti, Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi è per larghi tratti esattamente quello che vuole essere: un paranoia apocalittica invadente ed eccessiva.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".