Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea

Tempo imprecisato. In Spagna un gruppo di amici, dopo aver passato una folle notte in giro per la campagna, viene ospitato nella villa di uno strano proprietario. Il giorno dopo la polizia arriva sul posto, ma quello che vede è uno spettacolo orripilante.
    Diretto da: Riccardo Freda
    Genere: horror
    Durata: 82'
    Con: Camille Keaton, Tony Isbert
    Paese: ITA
    Anno: 1972
2.6

Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea di Riccardo Freda ha tutte le caratteristiche per essere un cult: è un film semi-sconosciuto ai più, al punto che si è reso necessario sdoganarlo nella rassegna Italian Kings of B’s al Festival di Venezia 2004, l’anno di Tarantino presidente di giuria; è un horror strampalato e sanguinario, che bandisce ogni buonsenso di sceneggiatura e cionondimeno sublima la propria goffezza trasformandola in involontario surrealismo macabro; conobbe qualche equivoco di produzione, di quelli che capitano nelle migliori famiglie, figurarsi nelle peggiori.

Prima di tutto, l’improbabile e logorroico titolo italiano, che non solo cambia totalmente tono rispetto al più fedele e succinto omologo internazionale (Tragic ceremony), ma risulta anche fuorviante – evidentemente, in maniera voluta – facendo pensare a qualche para-poliziottesco. L’altro dato saliente della vicenda produttiva risiede nell’abbandono di Riccardo Freda, autore a buon diritto ricordato tra le glorie del cinema horror italiano degli albori (I vampiri, L’orribile segreto del Dr. Hitchcock, Lo spettro), che per non lasciare un cattivo ricordo di sé ai posteri pare piantasse la produzione italo-spagnola dopo aver subodorato che ne stava venendo fuori un filmaccio.
La regia fu affidata a Filippo Walter Ratti (La notte dei dannati, 1971), su sceneggiatura di un altro trafficone di genere amato dai cultisti, Mario Bianchi. Un gruppo di hippies si trova senza gas durante una tempesta. Uno strano benzinaio (Josè Calvo) si rifiuta di rifornirli, poi li approvvigiona quanto basta per raggiungere una villa, dove sono accolti da una coppia di aristocratici, Lord e Lady Alexander (Luigi Pistilli e Luciana Paluzzi). Dormiranno nei locali della servitù, tranne l’unica donna del gruppo, Jane (Camille Keaton), per la quale si dispone una stanza accanto a quella della padrona di casa ed un bagno caldo. Quando si dice: “accogliere con cerimonie”. Ed infatti, la ragazza viene catapultata nel bel mezzo di una messa nera, in uno stato di trance.

I compagni la salvano, ma nella fuga dimenticano una chitarra: è un problema, perché la polizia si accorge che la cerimonia, frattanto, è finita in un massacro.

Diavoli gotici

Una storia, dunque, che sembra venuta dal futuro, quella di Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea: nel trentennio successivo, se ne vedranno a bizzeffe di case nei boschi, ospiti malcapitati, ospitanti di dubbia rispettabilità.

O magari dal presente: nel film si cita il massacro di Sharon Tate, in cui perse la vita la moglie di Roman Polanski insieme ad altre tre persone, ad opera della Charles Manson’s Family. Nel film, però, gli hippies diventano i perseguitati – anzi, impossessati, considerando l’entità demoniaca che prende segretamente la scena.
Una scelta, quella della produzione, di allinearsi ad un filone molto in voga all’epoca: dello stesso anno, il ’72, è Virgin Witch di Ray Austin, similmente “ritualistico”, ma anche l’italiano La notte dei diavoli di Giorgio Ferroni; dell’anno prima è un ancora un altro film low-cost della casa di produzione Tigon, The Blood on Satan’s Claw di Piers Haggard; l’anno dopo con L’esorcista (1973) di Friedkin salta il banco.

L’elemento diabolico è però assorbito da un contesto che da un lato, come anticipato, pare far da prodromo a certi pretesti slasher più diffusi in seguito (ed in particolare, da Reazione a catena di Mario Bava in poi), dall’altro si nutre di un’atmosfera goticheggiante, di quelle che con toni diversi s’erano apprezzate proprio in Bava e Freda, ma anche in Corman: un castello dalle molte stanze, movimenti felpati nell’ombra a lume di candelabro, la pioggia delle più livide ed acide notti horror, un dune-buggy che fa le veci della carrozza.

Teatro dell’assurdo

Quanto di voga e quanto di tradizione viene rappezzato sconclusionatamente a livello narrativo, raggiunge poi l’apice dell’approssimativo maldestro nel dottore interpretato da John Muller, che didascalicamente s’inventa dal nulla la spiegazione dei fatti soprannaturali (lui, un uomo di scienza!), ad uso e consumo dello spettatore più tardo di comprendonio.

È però chiaro, giunti nelle battute conclusive, che per non rinnegare il film già rinnegato da Freda sia necessario scendere a patti con la credulità, e godere semmai di tutte le sfumature del nero caricato.
Con questa sana propensione, del mefitico calderone del film si potranno pur apprezzare gli accaniti giochi d’ombra, con manipolazioni quasi espressionistiche, valorizzate soprattutto nell’ambientazione della villacastello, tutta vuoti e sagome inquietanti in armatura, riprese di sbieco come un esercito del male in un sonno di ferro; gli effetti speciali di Carlo Rambaldi, la cui specialità è nell’innaturale marmellosità delle verniciate rosso sangue, o nel cianotico volto bluastro di Tony Isbert; la clamorosa amplificazione musicale di Stelvio Cipriani, che enfatizza il teatro degli orroridell’assurdo, specie nell’indimenticabile grand guignol del massacro cerimoniale. Indimenticabile perché ridondante, con la sequenza della testa aperta in due da una spada antica che verrà ossessivamente riproposta, fino a perdere senso come una parola ripetuta all’infinito: è un innocuo incubo che emerge al ralenti da qualche recesso onirico, che la luce della ragione non potrà mai rischiarare.
“Onirico alla Ken Russell” (che quell’anno realizzava I diavoli, ma l’atmosfera anticipa quella di Gothic), se si vorrà incedere nel lusinghiero, o semplicemente “di spettacolosa e godibile truculenza”, se invece si propenderà per la sospensione di giudizio che si accorda ai cult, il film di FredaBianchiRatti si avvale anche della presenza di una Camille Keaton apparsa lo stesso anno – e brillantemente – in Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano e il cui apice sarà Non violentate Jennifer (1978) di Meir Zarchi, ma che qui, a voler ritrovare una certa e comunque indulgente onestà, recita di puro fisico: un paio di nudi, un ottimo viso prestato ad un’agghiacciante metamorfosi in scheletro ed un’infinità di movimenti labiali con sguardo vacuo che appaiono, come tutto il film, fin troppo caricati. Ma, come tutto il film, non sono anonimi: per quanto Freda volesse togliere il suo, di nome, dai credits, Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea è accreditabile come singolare ed appagante mistura di gore e gotico difficilmente ripetuta.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".