Il caso Kerenes

Romania, tempo presente. Barbu Kerenes, 34 anni, figlio di una madre oppressiva, commette un incidente automobilistico e investe un bambino. La madre Cornelia fa di tutto per aiutare suo figlio.
    Diretto da: Calin Netzer
    Genere: drammatico
    Durata: 112'
    Con: Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache
    Paese: ROM
    Anno: 2013
7.4

Il caso Kerenes è un film di Calin Netzer, vincitore dell’Orso d’Oro e del premio della critica internazionale al Festival di Berlino 2013. Ambientato nell’odierna Romania, il cuore del film riguarda il rapporto morboso che lega una madre a un figlio e le relative conseguenze che si ripercuotono nella vita e negli atteggiamenti dell’unigenito.

Cornelia (Luminita Gheorghiu) è la madre di Barbu (Bogdan Dumitrache), un uomo poco più che trentenne. Il giovane fa un incidente con l’auto mentre tenta di sorpassare un altro veicolo: investe un bambino di quattordici anni, per il quale i soccorsi sono vani. Ed ecco che Cornelia entra in campo pronta a difendere la sua porta e ad attaccare l’avversario; l’unico scopo è quello di non fare andare il figlio in galera.
Una donna determinata, forte, aggressiva e autoritaria che controlla e detta regole a chiunque; specialmente a suo figlio. Una settantenne disposta a pagare cifre altissime pur di non rovinare la vita e la dignità dell’unica persona cara. Ne parla con Carmen (Ilinca Goia), la compagna del figlio. Quasi come se un confronto tra donne servisse in realtà ad entrare ancora di più nell’intimità della sua creatura, scavando e rovistando in luoghi in cui non si hanno diritti. Tutto deve sapere, tutto deve conoscere di Barbu; la sua proprietà.
Ma questo giovane passivo e assoggettato ad un tratto sente il bisogno del distacco e lo esplicita, lo comunica apertamente e duramente. Gli anelli della catena devono spezzarsi per non far consumare e deteriorare ulteriormente un rapporto che, a quel punto, diverrebbe assolutamente irrecuperabile e privo di ogni briciolo di affetto in superficie e/o in profondità.
C’è anche un altro aspetto che il film mostra: un sistema istituzionale corruttibile e compromesso. Dove circola il denaro non ci sono regole, principi, valori. Si pensa ai propri interessi e tutto si trasforma in un grande mercato dove c’è chi offre di più e chi è pronto a non farsi scappare l’occasione. Non c’è giustizia, non c’è legalità, non c’è rispetto delle leggi se queste ultime vengono adattate alla circostanza o risultano essere ad personam.
Tecnicamente il film è stato girato quasi interamente con la macchina in spalla: talvolta i movimenti sono bruschi e sgradevoli. Il tempo del racconto è eccessivamente prolisso, soprattutto nella prima parte. Presenti product placement verbali (audi e mercedes), che però si amalgamano molto bene alla storia. Un tema complesso all’interno del quale il ritratto psicologico è assolutamente la chiave e il filo conduttore.
Il film ricorda per certi tratti “Muffa” di Ali Aydin: il figlio che non tornerà più, le reazioni dei genitori, le ambientazioni, ma soprattutto la lacerazione presentata semplicemente attraverso un dignitoso silenzio e una necessità di rispetto. Non si ha bisogno di nulla, talvolta, ma solo di esser lasciati in pace. Ed è destabilizzante Cornelia, la madre, quando si sfoga con chi ha appena perso un figlio, dimenticando di essere causa ed effetto di quel dolore. Il paradosso è proprio questo: chi ha il pane non hai denti, chi ha i denti non ha il pane…