Alla sesta collaborazione i fratelli Nolan incappano nel bivio tra composizione gelida del thriller e componente melodrammatica. Nolan è finora sempre stato accusato di fare film freddi, cerebrali, dove il meccanismo della struttura narrativa veniva sempre prima delle emozioni, dove il quadro complessivo svettata sul dettaglio minimale.

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Stavolta con Interstellar i fratelli Nolan hanno tentato di approcciarsi in maniera differente alla materia narrativa, prediligendo l’operazione melodrammatica, andando a costruire un film stratificato, composto da più livelli che non sempre collimano perfettamente tra di loro. Nello script i personaggi chiave sono quelli di Jessica Chastain, Casey Affleck e Matt Damon. Le loro performance evidenziano un cambio di rotta da parte dei Nolan. Con il personaggio di Marv c’è una predisposizione al mélo puro (la Chastain che urla di gioia il suo “eureka!” assomiglia quasi alla Rory di Gilmore Girls), che in certi casi sfiora il kitsch, ma questo è il mélo e i Nolan non si sono tirati indietro nel rappresentare la forma sentimentale più primaria.

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Il personaggio di Casey Affleck denota una delle tante falle di script, la sua performance è la limite della maniera e nella scena della rottura/ricongiunzione familiare si avverte una certa sensazione di deja-vu. Prendere o lasciare, anche qua Nolan ha abbracciato un sentimentalismo di grana grossa. Nel personaggio di Matt Damon c’è la componente della follia che spinge Interstellar nel thriller puro. Anche in questo caso quando Damon pronuncia battute come “questa missione riguarda l’intera umanità!”, sembra di sentire una di quelle classiche battute da disaster-movie, che spinge il film verso una rotta prevedibile, che da Nolan non ci si aspetterebbe.

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Ma Interstellar non contiene solo questi momenti discutibili (ma comunque potenti), si configura come un’opera doppia, tripla con materiale narrativo solido, che sarebbe bastato per due o tre film. Interstellar è un film di genere, un film di fantascienza sentimentale, un tentativo di predisporre una comunicazione tra personaggi provenienti tra i diversi piani dello spazio-tempo. Il film non è perfetto ma non si poteva chiedere un altro miracolo dagli autori del più straordinario film punk degli ultimi 15 anni, Inception. Nolan sapeva che dopo quel film sarebbe stato impossibile fare di meglio. Il dopo-Inception è Interstellar, un film che tenta l’impresa di toccare la superficie del sogno, illude lo spettatore di poterla avere tra le mani, di poter disegnare una nuova traiettoria di genere, basandosi sulla fisica pentadimensionale.

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Film doppio, triplo quadruplo, tendente all’implosione: Interstellar non rassegnazione mai lo sguardo ad una conclusione definitiva , si inventa un finale distopico partendo da una situazione apocalittica forse risaputa. Il genio di Nolan rimane inalterato, ma stavolta il meccanismo è più scoperto rispetto ad Inception, dove la quadratura del cerchio avveniva in maniera perfettamente calibrata. Il viaggio nello spazio dell’astronauta McConaughey si rivela come ultimo disperato avamposto conoscitivo immerso nel nulla spaziale, a fronte di una mole di informazioni accumulate ed enunciate lungo tutto il film, ma che non riescono a scalfire la difficoltà finale dell’operazione. Interstellar è un enigma dispiegato con la linearità fiabesca di uno stile che prende da Kubrick e si risolve nel magma insensato della turbine spazio-tempo. Ci vorrà tempo per metterlo a fuoco.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).