Tre sono i motivi per cui l’ultimo film di Malick non ha incontrato il favore del pubblico e della critica, se non attraverso innamoramenti del tutto soggettivi.

1- Il primo fattore è di natura strutturale: The Tree of Life è un poema-visivo, un film anti narrativo, tutto giocato sulle ellissi, i continui volteggi della mdp, i carrelli insinuanti, le volée, gli zoom improvvisi. Un cinema così anti narrativo è impensabile nell’era della serialità televisiva, in cui lo spettatore viene letteralmente imboccato come un infante da strutture narrative didascaliche “pronte all’uso”da un regista-esecutore, che altro non fa se non ricopiare lo script di sana pianta, senza aggiungere idee personali, che possano cambiare di punto di vista al prodotto seriale. Nel film di Malick non viene raccontata una storia e lo stile è il motore del film, è l’unica cornice attraverso la quale il motore della regia si attiva: solo attraverso le sensazioni e le emozioni del regista.

2- Il secondo fattore è di natura tecnica: nel film c’è un utilizzo praticamente ininterrotto della voce-off, tale da conferire una certa pesantezza alle immagini. Si sa che l’utilizzo della voce-off è un espediente molto delicato al cinema, per esempio un regista come Scorsese in Goodfellas e Casinò ha offerto notevoli prestazioni in questo senso, per non parlare di A Clockwork Orange di Kubrick, dove l’uso della voce-off è puramente funzionale alla narrazione e non tende mai ad un abbellimento della forma.
Nel film di Malick, la connessione tra l’aspetto uditivo e quello immaginifico, è molto importante e l’effetto più che dar fastidio è straniante, perché va a creare un’enfasi quasi liturgica, quasi come se Malick volesse instaurare un rapporto di comunione con lo spettatore.

3- Il terzo fattore è di natura contenutistica: The Tree of Life è un film intriso fino nel midollo di cattolicesimo, forse è il film più cattolico che si sia mai visto negli ultimi 30 anni. Una vera e propria “preghiera all’Onnipotente”. Un film sulle origini e sui dubbi della Fede cattolica.

Non ricordo un altro film-preghiera come questo. The Tree of Life trova il perfetto compimento di questa speciale retorica religiosa nella raffigurazione di Jessica Chastain, raffigurata come una personalissima Madonna umana, da come Malick perlustra il suo volto, i suoi occhi, il suo pianto devozionale, pare che il regista abbia voluto determinare una specie di Evangelo della recitazione. Tutto in Jessica Chastain è eccellenza e purezza, mai un regista aveva dato ad un’attrice tutta questa carica religiosa e carnale allo stesso tempo. Forse il film di Malick non sarà credibile proprio per questa “santificazione” del personaggio della Chastain, messa in scena come una madre-uccellino, una madre che adora i propri figli e li ama proprio come se fosse la Prima Madre o la Prima Donna nella Storia dell’Universo.

Ma è anche questo il motivo per cui il film di Malick non verrà tanto facilmente dimenticato, potrà disturbare per la magniloquenza, per l’audacia, per l’ambizione sfrenata. Ma di sicuro non potrà essere criticato per l’arroganza e una tale maestosità di visione è solo generosità e mai bassezza. Ecco, forse, di preghiere come quelle di Malick c’è bisogno, perché il cinema deve raffigurare l’elemento poetico senza perdere di vista la propria visione del mondo. Né cataclismi apocalittici (Melancholia, Lars Von Trier -2011), né ottimismo senza reticenze (Le Havre, Aki Kaurismaki-2011).
Il finale è assolutamente declamatorio e ridondante. E’ forse troppo? Francamente una cosa simile non l’avevo mai vista in un film. Molti hanno detestato proprio questa mancanza di pudore nel mostrare l’adorazione che ha provato Malick nei confronti della sua creatura più perfetta. E’ un delitto far ritrovare tutto il profilmico del film nella scena finale? E’ un inno alla vita, è la mancanza della totalità spaziale che si ritrova nel quadratura del tempo malickiano. E’ un’invenzione da applausi, e ne vanno sanciti i crismi in pompa magna. Anche a costo di prendere quest’invenzione come fosse un abbaglio della coscienza ritrovata, dopo un lungo rimuginare in preda alle visioni di mondo che, mutando, si aggroviglia su stesso. Producendo l’estasi perenne di questo cinema infinito che non smette mai di sorprendere e far innamorare.

Forse, per l’ennesima volta, Malick ha regalato le sue perle, e i porci non le hanno gradite. Chissà perché.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).