Forse la fortuna di Ex_Machina sta nel fatto che Alex Garland non abbia alcuna politica autoriale pregressa. Il passaggio dal lavoro di sceneggiatore (28 giorni dopo, Sunshine, Non lasciami) alla regia riserva il dubbio catartico sulla possibilità che qualcosa nella fase di trasformazione del copione in immagini possa essere perso. E’ vero invece il contrario: nella fase di traduzione più si perde meglio è, più la fase della traduzione in policromatica del nucleo narrativo si traduce in una compostezza audio/visiva chirurgica, più il film ne trarrà beneficio in quanto quadro uniforme e traslato rispetto all’idea originaria che era nella testa di chi ha scritto il film.

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Oblivion e Interstellar ne sono la prova in questi ultimi 5 anni. Prometheus aveva sciolto il dubbio sulla complessità dell’operazione fantascientifica come vulnus ribollente di un mix di anime differenti sintetizzate in una narrazione visiva che tendeva alla dispersione del nucleo originario. Con Ex_Machina siamo invece dalle parti della stilizzazione complessiva di un narrato tanto intonso di eventi quanto semplicistico nella sua definizione dei caratteri principali. Nel duello tra l’inventore dell’intelligenza artificiale Nathan e “la cavia” Caleb c’è un sottotesto di deja-vu indicante una forma di separazione tra futuribilità degli eventi e meccanicità senza via d’uscita che pone l’operazione non dissimile da un tratto di sociologia della robotica. Ex_Machina come opera senziente all’interno di un contesto dove l’elaborazione di un concetto altro rispetto al cliché dominante rende la visione di certo tendente alla ripetizione di un evento conclamato di cui le avvisaglie sono scritte già nelle prime scene.

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Che il cine-esperimento di Ex_Machina sia tutta una montatura creata ad arte per mascherare delle falle interne alla costruzione di un mondo artigianale ma asfittico e paranoico atto a confondere di continuo uno spettatore alla ricerca del Sacro Graal del genere? Se fosse così allora saremmo dalle parti di Thx 1138, esordio extra lusso di George Lucas, dove l’allora ventenne regista, futuro ingegnere di Star Wars, mise in atto una seria requisitoria morale di un decennio denso di cambiamenti e di turbamenti sociali quali erano gli anni ’70. Ex_Machina non punta così in alto, ma intende rivelare fino a che punto la tecnologia abbia imbrigliato il volere dell’utente, rendendolo schiavo di qualcosa che ha creato per un desiderio di egocentrismo e di affermazione di una personalità potentissima, più che per migliorare la vita sulla terra. E’ così che nasce il personaggio di Ava, un robot perfettamente consapevole del suo ruolo prevaricatore rispetto anche a chi lo ha creato.

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In Ex_Machina ci si domanda chi sia il villain. Il creatore sadico Nathan o l’androide Ava? Ha importanza il fatto che Caleb non lo capisca mai fino in fondo? Alla fine il vincitore della sfida dialettica risulta essere proprio l’organismo apparentemente più indifeso che sfrutta a suo piacimento una situazione creata a suo sfavore. Senza alcun giudizio morale e con una consapevolezza dei proprio mezzi degna del tempo che si sta vivendo. Alex Garland ha deciso di esordire con un film sul contemporaneo che sintetizza al meglio la fine di ogni certezza di un tempo il nostro globale e dalle possibilità infinite. Dopo il crollo del Muro c’è stato l’abbattimento di ogni steccato ideologico. Oggi i tabù sessuali e politici continuano più feroci che mai, ma non trovano più spazio nelle ideologie su futuro della specie umana. Ex_Machina ha tutto il potere della fantascienza di oggi, legata alla rivoluzione nolaniana. La retorica spielberghiana collaborazionista non c’è più, ci si trova orfani di una visione semplicistica, verrebbe da dire fordiana, degli eventi. Non più A.I. Artificial IntelligenceMinority Report. Ex_Machina è un film semplice, banale nella sua spietatezza, un film che chiede di essere preso nel suo crudo realismo, dove il dubbio rimane l’unica forza contundente per resistere all’ideologia reazionaria di una (fanta)scienza immobile e chiarificatrice.