Le origini del male

Un ricercatore universitario di fisica decide di condurre degli esperimenti: sondare il paranormale, usando come cavia una ragazza, Jane, portandola sull'orlo della disperazione. Dall'esperimento si genereranno delle forze che andranno ben oltre l'immaginazione del professore.
    Diretto da: John Pogue
    Genere: horror
    Durata: 98'
    Con: Jared Harris, Sam Claflin
    Paese: USA, UK
    Anno: 2014
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A parlare di horror, oggi, con la sempre ben nutrita schiera di nuovi titoli a infestare sale immancabilmente (e incredibilmente, visti i tempi) ben gremite, pare all’ordine del giorno, e non a caso, incappare nella critica gratuita, nel disprezzo più generalizzato e rabbioso. Un’ostilità per buona parte giustificata dalla presenza di prodotti ai limiti della più sfacciata serialità se non della più ingenua inesperienza, peccati capitali cui nemmeno, ahinoi, Le origini del male, opera seconda del regista-sceneggiatore John Pogue, sembra riuscire a sottrarsi del tutto.

Tralasciando la terrificante banalità del titolo, esclusivo merito del sagace intuito dei distributori italiani, tralasciando anche, se vogliamo, il pretesto narrativo più che mai scontato e abusato, quello che resta è un prodotto tecnicamente e stilisticamente maturo che alla padronanza dei mezzi a disposizione non accompagna, però, una vera e autentica consapevolezza espressiva.
Il film “che ha sconvolto l’America” non sconvolge più di tanto, e al suo mortifero sensazionalismo subentra, ben presto, un ingombrante senso di déjà vu. In pochi minuti, dal tenace e controverso professore razionalista alle presenze infestatrici di case e ragazze fascinosamente disturbate, riemergono, più forti che mai, echi lontani che richiamano i grandi classici del genere, le atmosfere alla Hammer e l’inquietante ambiguità di opere come Gli Invasati di Robert Wise (1963).
L’alone “maledetto” di misteriosa autenticità (l’incredibile esperimento su una ragazza “posseduta” e i suoi tragici esiti avrebbe realmente avuto luogo negli anni Settanta) non basta a far esplodere nei suoi deliri psicotici una storia dai molti (seppur non originali) spunti interessanti, e l’integrazione nel testo filmico di quegli inserti “lo-fi”, riprese amatoriali, sussultanti e “sporche”, del protagonista-cameraman, in una sorta di found footage dove la narrazione al presente si confonde con mockumentaristiche immagini di repertorio, invece di rinvigorirla, non fa che rafforzare la precarietà di una pellicola in bilico costante tra differenti scelte estetiche, perennemente indecisa tra un senso spettacolare del fantastico digitale e un ritrovato (seppur fittizio) terrore analogico.
Accostando la narrazione classica (senza gli esiti ludico-citazionisti di prodotti recenti quali Insidious) a quella nuova (?) generazione di horror adrenalinici in prima persona (The Blair Witch Project, Rec, Paranormal Activity, eccetera, eccetera) il film di Pogue si immola incoscientemente alla pirotecnica (e piromane) deriva postmoderna dell’intrattenimento ad ogni costo e con ogni mezzo; l’ambiguità di fondo tra soprannaturale e scienza, tra realtà e finzione, in un gioco volto a mettere in discussione lo statuto stesso di veridicità delle immagini, si riduce a semplice pretesto, nel tentativo (l’ennesimo) di creare l’ibrido perfetto di un intrattenimento puro, uno sguardo eterocromico capace di amalgamare, incrociandosi, gusto per gli effetti visivi e trovate documentaristiche.
Un processo a tratti suggestivo ma più che mai rischioso, uno strabismo patologico e progressivo dove la visione tende a sfaldarsi, col rischio di annullarsi del tutto, di affacciarsi, cieca, su un vuoto insignificante.

A proposito dell'autore

Mattia Caruso

Un quarto di secolo circa, sancisce definitivamente il suo destino di cinefilo quando incontra, in una sala buia, il mondo pulp di Quentin Tarantino. Laureato in Comunicazione e Culture dei Media, pubblicista e critico, col tempo impara ad ampliare i propri gusti e le proprie visioni. Ama Fellini, i surrealisti, gli horror ben fatti e i lunghi piani-sequenza.