Molière in bicicletta

Un famoso attore di fiction, Gauthier Valence, propone ad un ex attore di teatro, Serge Tanneur, di interpretare un testo di Moliere. Durante le prove stabiliscono una forte alchimia. Ma l'incontro con una ragazza, Francesca, darà iniziò alle ostilità.
    Diretto da: Philippe Le Guay
    Genere: commedia
    Durata: 104'
    Con: Fabrice Luchini, Lambert Wilson
    Paese: FRA
    Anno: 2013
6.4

Un uomo sale su un treno diretto a L’Île de Ré, sulla costa atlantica francese, si siede e comincia a leggere qualcosa, (alla prima sequenza si alternano i titoli del film di Philippe Le GuayMolière in bicicletta), con gli occhi sul testo sembra ricordare i vecchi discorsi fatti con un amico, sul teatro, su Molière, sull’idea di purezza e della sua rappresentazione, con la voglia di mettere in scena una grande commedia del teatro francese, Le Misanthrope. Così raggiunge Serge, ormai ritiratosi dalla vita e dalla scena, sperando che condivida ancora il suo sogno di recitarla a teatro.

Nella prima scena del I Atto, Molière fa dire al suo Alceste le parole che ne svelano la natura: “Voglio che la gente sia sincera, e che nessuno, da uomo d’onore, si lasci sfuggire una parola che non venga dal cuore.” Tra la riluttanza e la convinzione di non esserne più all’altezza, Serge si lascia trascinare dalla curiosità dell’amico, dalla sua vivacità, dalla sua freschezza.
Dopo le prime timide prove, la commedia ha inizio. La casa fatiscente e délabré in cui si è rifugiato Serge, farà da palcoscenico alla commedia che mettono in scena, così ancora impacciati e titubanti, si alternano le parti di Alceste e Fillinte, amici nella commedia, come loro nella vita, mostrandosi l’un l’altro l’idea che hanno della vita. Irremovibile, puro ed assoluto Serge, quanto mite appare Gauthier, ragionevole nel vivere quieto nella società dei tempi che mettono in scena, la metà del ‘600, quanto quella in cui vivono i due attori, oggi.
Come fosse un terzo attore, il libro è aperto, stretto tra le mani, mentre Serge dipinge, mentre girano in bicicletta, mentre dorme e sembra sognarlo ricordando quanto sia simile ad Alceste, innamorato anche lui di una donna che lo tradirà noncurante dei sentimenti, della loro intima perfezione e della purezza che calpesta, senza alcun rimorso.
E’ un film sul teatro quello di Le Guay, sull’idea stessa della rappresentazione del mondo, della natura umana, con i suoi vizi e le sue virtù, e nondimeno sul cinema, di come un altro linguaggio, diverso da quello in cui Molière nel ‘600 rappresentava i suoi caratteri, possa oggi essere in grado di mettere in scena senza inutili virtuosismi, l’uomo tout court, nelle sue infinite, sublimi debolezze e convinzioni.
Contro la volubilità del mondo, la sua mutevole e debole natura, Serge, attraverso la purezza dei versi alessandrini, urla all’amico accomodante la sua ragione, la stessa di Alceste, le sue amarezze, le sue fragilità contro il mondo in cui viveva prima di scegliere la solitudine, pensando di bastare a se stesso. “Uscirò da questo baratro in cui trionfano i vizi, e cercherò sulla terra un angolo lontano, dove sia possibile l’onestà tra esseri umani”.
L’ultima battuta di Alceste prima di uscire di scena nel film, vedrà Serge recitarla ad una festa, di fronte ad un pubblico indifferente ed incredulo di attori e gente dello spettacolo, con il suo abito di scena, quello che avrebbe indossato se avesse interpretato il ruolo che ha scelto per sé.

A proposito dell'autore

Martina Bonichi

Nata a Roma nel 1978, è laureata in storia e critica del cinema e scrive su diverse riviste del settore. Nel 2012 pubblica "The End - La Solitudine dello spettatore", edito da cinema sud, presentato alla Libreria del Cinema a Roma. Ama Billy Wilder, Max Ophuls, Almodovar e tutto il cinema di fronte al quale un semplice spettatore non può distogliere lo sguardo.