Synecdoche, New York

La crisi privata e artistica di un regista teatrale newyorchese, Caden Conrad, il quale, abbandonato dalla moglie, inizia una fugace relazione con una giovane amante. Afflitto da problemi fisici, sposta la compagnia teatrale in un capannone, portando avanti un folle progetto di ricostruzione della città.
    Diretto da: Charlie Kaufman
    Genere: drammatico
    Durata: 124'
    Con: Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener
    Paese: USA
    Anno: 2008
6.7

Quando, nel 2008, passa dietro la macchina da presa per dirigere il suo Synecdoche, New York, Charlie Kaufman è lo sceneggiatore più ammirato di quel magico feudo governato dai cosiddetti “Puzzle Films” (film dallo script complesso, che oscillano tra realismo e fantastico, dalle unità di luogo e tempo completamente corrotte, come, per esempio, Donnie Darko, Primer, Waking Life, Memento).
Quello che a un osservatore esterno può sembrare un azzardo, è una necessità produttiva, un forzato passaggio di consegne con Spike Jonze, il regista inizialmente scelto per condurre le riprese, che al momento di dare il primo ciak si trova impelagato con la massiccia post-produzione dell’intenso Nel paese delle creature selvagge.
 Per gli addetti ai lavori invece, l’esordio di Kaufman appare un’evoluzione naturale e inevitabile, soprattutto alla luce del suo iter lavorativo: la maniacale cura con cui segue le sue sceneggiature in tutti i processi realizzativi e produttivi, in osmotica collaborazione con i fidatissimi registi Jonze e Gondry.

Ancora una volta il protagonista della sua opera è la cosa al mondo che Kaufman presume di conoscere meglio: se stesso e la sua percezione del tempo.
 Caden Cotard, interpretato da uno straordinario Philip Seymour Hoffman, è uno scrittore di teatro depresso, ipocondriaco e con un matrimonio agli sgoccioli.
Dal momento in cui, all’inizio del film, la sveglia declama il giorno, l’intera vita dell’autore teatrale è un collassare continuo: un non riuscire ad entrare in empatia con nessuna esperienza o responsabilità (salvare il matrimonio, accudire la figlia, scrivere una nuova opera, corrispondere l’amore) che i frammenti caotici del suo tempo gli concedono.
Caden guarda alla vita come se fosse già dopo la vita, eppure cercando di lasciare un segno, una speranza di sopravvivenza con la sua Grande Opera.
Trasforma se stesso (così come fa Kaufman, scrivendo di Caden) in un mondo virtuale: credendo di restituire la realtà creata dagli stimoli infiniti del suo grande cervello (tutto il film, tutti i film di Kaufman, sono scene d’interni di una testa pensante), registra invece la prigione di queste sollecitazioni deprivate di appagamento – la scenografia si allarga sempre più, prende possesso di interi quartieri, ma la verità e la rivolta si agitano sempre in spazi esterni a quelli ideati.
La narrazione è discontinua, come è smembrato ogni pensiero, ogni progetto, ogni parvenza d’identità di Caden, e la complessità della struttura prevede in sé anche il suo deragliamento.
 Lo script è minuzioso, ossessivo, proteiforme: metafore, citazioni e allusioni, giochi linguistici, concorrono a renderlo un’opera aperta, un film da guardare e riguardare, con l’altissima probabilità di scorgere fuochi lì dove precedentemente tutto sembrava pacificamente appianato.
Pur senza strafare dal punto di vista prettamente visivo, mantenendo uno stile geometrico ed essenziale, la messa in scena è straordinaria perchè alterna e compendia toni e gesti, spazi e interni: quelli fisici e quelli interiori/onirici, con una naturalezza millimetrica.
Con questo film Kaufman va vicino al suo sogno. Crea un film che condensa e comprime la vita e il tempo, le sue speranze e la sua ineluttabilità. Come le miniature dipinte dall’ex moglie di Cotard, Adele, le quali si possono ammirare solo se provvisti di una buona lente di ingrandimento.
“Hai realizzato che non sei speciale. Hai lottato nella vita, e ora stai silenziosamente scivolando fuori da essa. È l’esperienza di tutti. Di ognuno di noi. Le specifiche contano poco. Tutti sono tutti. Tu sei Adele, Hazel, Claire, Olive. Tu sei Ellen. Tutte le sue tristezze ti appartengono. Tutta la sua solitudine. I capelli grigio paglia, le sue mani rosse rovinate.Sono le tue. È tempo tu lo capisca. Cammina. Come le persone ti adorano, finiscono anche di adorarti. Come loro muoiono, si muovono, perdono, perdono la loro bellezza, la loro gioventù, come il mondo ti dimentica, come riconosci la tua transitorietà, come piano piano incominci a perdere le tue caratteristiche, come impari che nessuno ti sta guardando e non c’è mai stato, il solo pensiero di guida. Non provieni da niente,non arriverai a niente. Guidi facendo passare il tempo. Adesso sei qui. Sono le 7:43. Ora sei qui. Sono le 7:44.”
La voice-over di Millicent Weems (Dianne West, una delle tante straordinarie figure femminili che circondano Caden), la donna che interpreta e sostituisce Caden, impartisce allo scrittore le linee guida verso la morte. La storia di ognuno diventa parte della storia di tutti, non ci sono più mondi in collisione, neppure quelli interiori.

A proposito dell'autore

Luca Tanchis

Dopo una breve parentesi lombarda dedita al montaggio di film pubblicitari, torna nella sua terra, la Sardegna, per mixare questa volta dischi e suoni. Se potesse rinascere regista non sarebbe Pirlo, ma Billy Wilder o Joao ‘Vuvu’ Monteiro. La citazione che forse gli calza più a pellicola è: “Tu sei troppo serio, Orlando. E tuttavia non abbastanza”.