Ana Arabia

Una giovane giornalista, Yael, lavora ad un servizio su una donna ebrea sopravvissuta all'Olocausto, in seguito sposatasi con un arabo in un quartiere, tra Jaffa e Bat Yam. La ragazza torna nel quartiere chiedendo informazioni a chi ha conosciuto la donna, per capire come persone di religione diversa possano convivere.
    Diretto da: Amos Gitai
    Genere: drammatico
    Durata: 85'
    Con: Yuval Scharf, Yussuf Abu-Warda
    Paese: FRA, ISR
    Anno: 2013
7.1

Il tempo del cinema non è mai lo stesso. La sua mutazione in/tra le forme rappresenta pur sempre un movimento diacronico, mai compatto e lineare. Ma anche all’interno di una organizzazione del pensiero del tutto caotica, non è impossibile trovare un moto chiarificatore.

Ana Arabia di Amos Gitai, con il suo prodigio tecnico, un piano sequenza lungo 81 minuti, si pone direttamente quale concorrente estetico del ben più blasonato Arca Russa (2002) di Aleksandr Sokurov.

Nel film russo l’occhio dello spettatore/cineasta viene accompagnato da un strano Cicerone lungo le stanze spazio-temporali dell’Ermitage di San Pietroburgo. Nel film di Gitai la storia è tanto più complessa, quanto la sua realizzazione rasenta la consistenza vacua dell’esercizio di stile: una giornalista entra in un piccolo quartiere israeliano, a metà tra Jaffa e Bat Yam, per fare un servizio su una donna di origine ebree, sopravvissuta all’Olocausto, che proprio in quel quartiere aveva sposato un arabo. La giornalista intervista chi l’ha conosciuta: ne viene fuori uno spaccato del paese, nella difficile transizione tra lo ieri, l’oggi e il domani.

 

Ma non tutti i prodigi estetici generano oro. Certo, nel suo grande esercizio formalista Sokurov giocava sul velluto: ogni volta che si passava da una stanza all’altra dell’Ermitage c’era una meraviglia artistica da ammirare. Risultato: un viaggio nel tempo commovente (soprattutto nel finale, ma tutto il film è un crescendo), come non lo si era mai visto. Piovvero anche accuse di cinema reazionario. Ma sono cose che ci possono (anzi, devono) anche stare.
A distanza di 11 anni il capolavoro di Sokurov risplende 10 volte più di prima, e si può anche gettare alle ortiche l’accusa di “cinema turistico”. Sokurov filma senza rimpianti e senza una logica consequenziale di causa-effetto. Il suo cinema è pura emozione dei raccordi invisibili, quasi avesse inventato un montaggio interno al quadro, in un film dove il montaggio è bandito.

 

Amor Gitai non può permettersi di mostrare la meraviglie dell’Ermitage e ad ogni angolo di strada svoltato c’è un’immagine glabra del paese, un strada malmessa, muri scrostati, volti scavati dal tempo.
La prospettiva di Gitai è senza dubbio politica, Ana Arabia è una ricognizione intorno al tempo vissuto in quelle mura dalla donna oggetto del reportage giornalistico, inserita nel quadro più ampio della Storia del paese.
Eppure l’emozione stenta a emergere. La prima mezz’ora è quasi soporifera, non si riesce ad entrare nel viaggio temporale, le domande relative alla possibile convivenza tra arabi e musulmani rasentano il deja-vu, le risposte non rivelano nulla di significativo. Ad uno sforzo tecnico non corrisponde un adeguata strutturazione narrativa.
Bisognerà attendere l’ora successiva per sentire qualcosa di importante, una donna che elogia il modo in cui la natura lascia fiorire un giardino, mentre l’uomo produce solo spazzatura (che lei è riuscita ad eliminare da quel posto solo dopo un anno); gli uomini del posto che non si fidano dei dottori solo perché non hanno né i soldi né la cultura per poter giudicare un intervento delicato; altri detestano l’America a causa dei terremoti, capaci di aprire “le fauci della terra”, mentre nel loro paese questi cataclismi naturali non avrebbero mai luogo.

 

Nel finale ci si avvia alla fine di questa parabola sulle diatribe interreligiose con molti dubbi e nessuna certezza, se non quella di un ambiguo sentimento di rimorso catartico, per un paese dal passato turbolento e un futuro ancora incerto ed enigmatico.
Con Ana Arabia Gitai ha sfoggiato il prodigio estetico di una steadycam che rivaleggia con l’inconsistenza dell’assunto. I suoi fan avranno gridato per l’ennesima volta al capolavoro. Bisognerà farli ricredere al più presto, per non dover fare i conti, nel futuro, con una sottomissione morale al culto della mdp, che non diventa mai magnete indispensabile alla costruzione del senso (come avviene in Sokurov), bensì punta a ripete sempre la stessa nota pedante, assumendosi la responsabilità di far emergere il senso là dove la dialettica ha fallito.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).