Cosa rende così affascinante un cinema tanto povero di contenuti, come quello di De Palma? Cineasta manierista più di chiunque altro, capace di riscrivere le coordinate del genere, attuando uno spostamento di sguardo che introduca la variante dell’illusione nel cono prospettico del cliché.

Il De Palma touch rende allo spettatore la sintesi di un rompicapo da sciogliere. E non sempre lo spettatore ci riesce. Da qua la sensazione di stupore generata dalla visione di alcuni dei suoi film più famosi.
Opere quali Il Fantasma del Palcoscenico, Vestito per uccidere, Blow Out, Omicidio a luci rosse, Carlito’s Way ampliano le funzioni dell’occhio cinematico, conducendo lo spettatore verso un limbo prospettico della oltre-visione. De Palma pone dei limiti all’occhio che poi sarà lui stesso a superare, tramite la costruzione di accorgimenti estetici che filtreranno il suo sguardo perpendicolare verso il punto cruciale della scena, imponendo la visione come il controcampo di una versione magnetica, annunciata all’interno di un mosaico sorretto da un caos non più ricomponibile dall’occhio.

Le due opere in cui la sintesi grafica depalmiana si attua in maniera più compiuta sono Vestito per Uccidere (1981) e Carlito’s Way (1993).

Nel primo caso il cine-sguardo si pone da tramite tra la vittima e il carnefice, fornendo la soggettiva del delirio rivelatorio, in cui la morte entra come soggetto imperante di un discorso che rivela la doppiezza dell’essere, traducendosi in un mosaico dalla musicalità violenta e suadente, che prende per la collotta lo spettatore solo per lasciarlo, infine, con la sensazione di un nulla di fatto. I personaggi di Vestito per Uccidere non vanno molto oltre la propria definizione d’essere, sono bidimensionali, non acquistano spessore. Così ci si accorge di aver assistito ad una sinfonia di morte ben orchestrata, ma senza alcuna sintesi tra contenuto e forma, come un guscio vuoto.
Davanti ad un’opera come Carlito’s Way, una repentina, clamorosa sferzata di ingegneria visiva, accompagnata al telaio di una storia affascinante e, per certi versi, terminale, si può dire che De Palma abbia quasi voluto fare un’opera di commiato, altamente elegiaca e disperata, girata come se questo dovesse essere il suo ultimo film. De Palma, avendo tra le mani uno studiatissimo script di David Koepp, dà il meglio di sé, facendo quello che gli riesce meglio: introdurre l’inaspettata variazione in una scena/partitura apparentemente normale.
E’ una vetta stilistica Carlito’s Way, dove Al Pacino regna incontrastato, facendo dimenticare la performance esagitata (colpa dello script di Oliver Stone?) di Scarface, riducendo la recitazione a pochi gesti essenziali, facendo entrare nel mito la sua espressione corrusca, mirando direttamente all’immaginario del cinema classico. Cinema di genere che si trasforma nella metafora di una clandestinità che fa di De Palma un regista ai margini di Hollywood, ma che finisce per innovare quel sistema da cui ha appreso i segreti un passato mai tramontato.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).