La Madre

Due bambine vengono ritrovate abbandonate in una casa dal padre, Jeffrey, che era stato ucciso da una presenza malefica. Il fratello di Jeffrey si occupa delle due bambine, insieme alla sua ragazza. Insieme si mettono alla ricerca del killer di Jeffrey.
    Diretto da: Andres Muschietti
    Genere: horror
    Durata: 100'
    Con: Jessica Chastain, Nikolaj Coster-Waldau
    Paese: SPA, CAN
    Anno: 2013
5.9

Fa più vittime Wall Street nei venerdì neri che un serial killer. E così, Jeffrey si è rifugiato in un cottage con le figlie, nei boschi gelidi, per sfuggire al raggelante ed ancora fresco ricordo del sangue appena versato della moglie e dei colleghi d’ufficio, in un’isteria post-crisi (“è come quella del ‘29”, dice la radio). È filato via con le bambine, e ha una pistola. Il macello continua? Sì, ma non a danno delle piccole.

Una misteriosa presenza – «non tocca per terra», dice Victoria (Megan Charpentier), ma il padre non l’ascolta – assale il genitore omicida. Cinque anni dopo, le bambine vengono ritrovate: la minore, Lilly (Isabelle Nélisse) gattona e mangia insetti, con le movenze di un Gremlin; l’altra conserva un barlume di civiltà.
Entrambe sono affidate allo zio Lucas (Nikolaj Coster-Waldau, il Jaime Lannister di Game of Thrones, che qui interpreta anche Jeffrey in versione sbarbata) ed alla convivente Annabel (Jessica Chastain, rockettara darkettona e tatuata).
La coppietta cerca di rieducarle, ma la creatura che le aveva salvate cinque anni prima e custodite aggressivamente – “madre” – non appoggia la mozione.
Esordisce dunque col fantasma della crisi, questa ghost story classicissima di Andres Muschietti, stretta nella morsa tra topoi del genere e luoghi comuni del sub-filone, a cui vorrebbe dare una boccata d’ossigeno la muscolare regia, fatta di una marea di carrellate in avanti ed indietro, veicoli di minaccia; diffusi magheggi con la penombra in interni piuttosto brumosi; una lentezza mesmerizzante, mai davvero noiosa.
L’effetto è di una casa che diventa una gabbia, una domesticità impossibile di contro al sub-umano, nel senso tanto di selvaggio quanto di paranormale: la casa è tutta balaustre strisciate dalla macchina da presa, corridoi e stipiti. Sembrano sbarre.
Significativa la scena in cui Lily gioca in camera contendendo una coperta a una figura fuori campo, effetto conseguito riprendendo con una sorta di prospettiva bifocale, di spigolo: il corridoio che si allunga a sinistra e la stanzetta con la bimba semi-aperta sulla destra.
Non ci si ambienta, nemmeno con lo sguardo, in questa casa: comparse nello specchio, luci irregolari, figure mostruose che scivolano alle spalle di Annabel, parzialmente occluse dalla sagoma della donna, mentre la macchina da presa stringe su di lei, si collocano sullo stesso binario di visione deragliata, di fantasmatica semi-visibilità.
La strategia della suspense, quindi, diventa letteralmente strategia di sospensione visiva: spesso la macchina da presa segue lo sguardo delle bambine che riescono a vedere la “madre”, mentre gli adulti – e gli spettatori – non ne percepiscono la presenza ottica.
Che sia Jessica Chastain, poi, a prendere le redini del dramma e ad avvertire per prima dopo le bimbe la presenza della “madre”, è coerente con questa castrazione delle pupille, in una storia che procede per e-virate, piuttosto che per virate: all’inizio scompare il padre, poi viene ferito lo zio, e restano a giocarsela le donne, uniche a vedere, uniche a sentire.
Se, come dice a un certo punto un’archivista – guarda un po’, donna – «un fantasma è un’emozione», e quell’emozione in genere deriva da un “torto”, la sensazione è che l’uccisione della madre – quella vera, non mostrata dalla macchina da presa – sia un escamotage narrativo per rendere più impattante uno sviluppo teso al riscatto della maternità per vie occulte.
La profonda umanità del mostro, una madre che ha trasfigurato in aggressività ectoplasmatica il torto di non aver potuto accudire in vita la propria creatura, è la riprova di questa femminilità ferita nel proprio impulso ancestrale di essere, appunto, mama. A un tempo spiazzante, eppure a suo modo coerente, appare allora la svolta gotica dell’ultima parte – che a noi ricorda in qualche modo il bel Livide, sottovalutato horror francese del 2011 a firma di Alexandre Bustillo e Julien Maury, nonché altra vicenda di istinto materno morboso.
La scelta è radicale: opporre al vedonon vedo della prima parte la più squassante visività del mostro. E così, la figura della madre – la terza, dopo quella uccisa nel prologo e la “materna” Chastain – si vede persino troppo, dopo tanto buio: per scoprire che in fondo è una figura già vista.
Rachitica e crocidante come in Rec (2007) di Balaguerò e Plaza (ben tenuto a mente, nella scena in cui l’essere si muove al buio, ma viene occasionalmente illuminato dal flash della macchina fotografica), la madre anima un inatteso twist da favola orrorifica, forse memore anche de Il labirinto del fauno diretto proprio dal produttore Guillermo del Toro: un’esplosione di savagerie d’immagine che rischia di far scollare il film, disperdendone l’accurato umore sospeso, meticolosamente costruito per larghi tratti, in un paio di sospensioni acrobatiche. Qualcosa, dunque, Andres Muschietti s’inventa, ne La madre: qualcosa di troppo?

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".