Il gabinetto del Dottor Caligari

1830 a Holstenwall, in Germania, il dottor Caligari imperversa nella città, esibendo il suo baraccone da fiera, dentro il quale si nasconde il sonnambulo Cesare, esecutore materiale dei suoi delitti. Il giovane studente Franz scoprirà la vera identità del dottor Caligari.
    Diretto da: Robert Wiene
    Genere: horror
    Durata: 78
    Con: Werner Krauss, Conrad Veidt
    Paese: GER
    Anno: 1920
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Ha dell’inverosimile, dello sbalorditivo voltarsi indietro a (ri)guardare un cinema giovane, giovanissimo, poco più che maggiorenne, e (ri)scoprirlo già così potente, già così pienamente consapevole dei propri mezzi, del proprio ruolo, delle proprie responsabilità. É esattamente ciò che avviene al cospetto di un film di culto (il primo, forse, che si possa definire tale) come Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1920).

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Capolavoro espressionista per eccellenza, primo vero horror fortemente autoriale, l’opera passata alla storia per le sue atmosfere, per la sua messa in scena irreale e costantemente angosciante, per le interpretazioni nevrotiche, grottesche dei suoi protagonisti, non smette, ancora oggi, di sorprendere, suggestionare, trasfigurare il mondo attraverso le sue aberrazioni sceniche, le sue fantasmagoriche derive figurative, i suoi insulti a una razionalità chiarificatrice. É il regno dell’incubo, di una realtà tanto personale quanto forzatamente, paradossalmente oggettivata, quello in cui si muove lo sventurato narratore della vicenda, suo malgrado unico testimone delle nefandezze dell’inquietante dottor Caligari per mezzo del suo, micidiale e incolpevole, sonnambulo Cesare.

 

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In un mondo abnorme, deformato dalle suggestive, fantastiche scenografie di Warm, Reimann e Röhrig, dalle immagini contrastate, dalla resa espressiva dei giochi di ombre nell’ambiguità costante tra tenebre e luce, c’è l’ambivalenza stessa di un film che (modernissimamente) gioca sullo statuto di veridicità delle immagini, sui diversi piani di realtà, sulla parzialità della visione, sul cinema stesso nel suo rapporto tra finzione e realtà. É forse l’allucinata proiezione di una psiche malata quel gioco di ombre spigoloso che ci danza davanti per più di un’ora di pellicola, o è forse la realtà stessa ad essersi irrimediabilmente mutata, stravolta, ad essere degenerata in un tremendo (e collettivo) incubo a occhi aperti?

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Nel creare oggettivamente i tormenti dell’inconscio, nel disegnare una realtà con l’occhio interiore della paura, dell’ossessione, del dubbio, il capolavoro di Wiene diviene il trionfo visivo di uno stile che si fa immaginario, valorizzazione pregnante di un apporto scenico ineguagliabile, di una visione destinata a divenire mitica. Uno sguardo condannato a rispecchiarsi, ritrovarsi per sempre negli occhi vuoti, immensi e assenti di un logorato Conrad Veidt, ombra, fantasma, volontà omicida personificata, prima vera incarnazione della magica, distruttiva inquietudine del cinema.

A proposito dell'autore

Mattia Caruso

Un quarto di secolo circa, sancisce definitivamente il suo destino di cinefilo quando incontra, in una sala buia, il mondo pulp di Quentin Tarantino. Laureato in Comunicazione e Culture dei Media, pubblicista e critico, col tempo impara ad ampliare i propri gusti e le proprie visioni. Ama Fellini, i surrealisti, gli horror ben fatti e i lunghi piani-sequenza.