I misteri di Lisbona

Nella Lisbona del 1800 l'orfano Pedro Da Silva cerca la sua vera identità, immergendosi nella fitta rete di misteri che si dipana tra Portogallo, Francia, Italia e Brasile.
    Diretto da: Raoul Ruiz
    Genere: drammatico
    Durata: 272'
    Con: Adriano Luz, Maria Joao Bastos
    Paese: POR, FRA
    Anno: 2010
8.3

Misterios de Lisboa (2010) di Raoul Ruiz non è un’opera comune. Presentato al Festival di Cannes al Marché, era un film da imporre in Concorso e da premiare con una scontatissima Palma d’Oro. La Storia è andata diversamente e il riconoscimento maggiore è andato all’istallazione video mascherata da film Lo Zio Boonmee che ricorda le sue vite precedenti di Weerasethakul, stella nascente del cinema tailandese.
L’opera di Ruiz è una recherche commossa e sommessa, silenziosa e rarefatta. Proverò a districarmi all’interno della fitta rete di rimandi del film di Ruiz attraverso tre fasi.


1- Il Mistero dell’inquadratura: il cinema di Ruiz consta di atti scenici distinti e solenni, in cui l’azione del dramma sentimentale viene modellata sugli attori come se un pittore avesse espanso la partitura dei colori su un paesaggio umano in costante evoluzione. Quello che ne conseguenze è un denso rivaleggiare tra linee morbide e sature, in cui il Tempo della Storia si fa redenzione dello sguardo.

Misterios de Lisboa attua un vortice metonimico che rende impossibile decifrare distintamente il percorso narrativo che sarà associato ad ogni personaggio: il destino dello spettatore è quello di perdersi all’interno della matassa composta da Ruiz.
All’interno dei misteri di Lisbona la corrente misterica serpeggia fantasmatica, annullando la visione e rendendo il desiderio dello sguardo una prospettiva negata. Quello di Ruiz è un cinema in costume d’altri tempi, che sfrutta la capacita della visione di proliferare vie ignote allo spettatore, introdotto al fascino, mai abbastanza appagato, del quadro messo in scena.
2- L’immagine del/nel quadro: il modo di inquadrare di Ruiz mette in prospettiva il desiderio, annienta il fuori campo, rende vitreo lo sguardo, che penetra come una lama nei volti assoluti degli attori.
Il mélo si dipana nella lentezza liturgica della devozione alla conquista del Tempo, nel rivolgersi mai acclarato allo spettatore, ma sempre rispettoso del respiro della congiura narrativa che viene portata avanti dal regista.
Ruiz assume il punto di vista dell’incontro con il ricordo, rivaleggia con una memoria che tende a spegnersi, di conseguenza filma con radicale urgenza, voltando ogni pagina del romanzo usando carrelli ed ellissi che programmano l’emozione, la traducono in immagini pure e irreali.
Questo significa filmare il Tempo e raffigurarne la morte: all’interno cioè di un concetto mai espresso come punto definitivo di una congiura che è prima di tutto estetica.
3- L’eccezionalità congiunturale del progetto: non tutti i Ruiz sono grandi film: il regista di origini cilene ha girato molto, a volte troppo, come il suo collega Godard o De Oliveira. Quando si girano tanti film si ha una probabilità molto maggiore di incontrare problemi, di sbagliare, di innamorarsi di idee che non forniranno poi una degna ricerca di sguardo e di visione. Inoltre non sempre Ruiz ha avuto a disposizione un cast di alta classe come questo.
Con Misterios de Lisboa ha probabilmente avuto la sua maggior fortuna di sempre, cosa che non gli era successa nemmeno ai tempi de Il Tempo ritrovato (1999), una recherche troppo letteraria, condensata sulle celebrità che si mangiavano il film e facevano scattare la sospensione dell’incredulità, una recherche che era, inoltre, attraversata da carrelli che non accompagnavano degnamente il dipanarsi dell’intreccio: si era dalle parti di un romanticismo francesizzante declinato alla maniera, seppur bella. Con questo Misterios de Lisboa Ruiz tocca i vertici della rappresentazione scenica dell’abbandono, della morte, della memoria e della Storia, arrivando a costruire un’opera che si lascia ammirare con soggezione, lentamente, assorbendone l’intramontabile, latente grandezza.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).