American Gigolò

Un famoso gigolò, Julian Kaye, viene assunto da un finanziere perché abbia un rapporto con sua moglie, chiedendogli però di praticarle violenza. In seguito la donna viene trovata assassinata. Julian è il primo sospettato.
    Diretto da: Paul Schrader
    Genere: drammatico
    Durata: 117'
    Con: Richard Gere, Lauren Hutton
    Paese: USA
    Anno: 1980
6.1

Paul Schrader, figura di notevole rilievo della New Hollywood degli anni settanta ancora in attività (il suo ultimo film, The Canyons (2013), è presente questi giorni alla Settantesima Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia), è colui che ha dato vita a splendidi script divenuti classici come Taxi Driver (1976) e Toro Scatenato (Raging buli, 1980) di Scorsese, Yakuza (The Yakuza, 1974) di Pollack e Complesso di colpa (Obsession, 1976) di De Palma, per citarne alcuni.

Con American Gigolò (1980) di cui firma la sceneggiatura, si pone per la seconda volta anche dietro la macchina da presa, consacrandosi anche come regista. Siamo nel 1980 e il grande autore americano firma quello che può essere considerato tra i film apripista del cinema a stelle e strisce del decennio che stava iniziando.
Gli anni dell’edonismo, del culto del corpo, della forma sopra ogni cosa. Tutto ciò si concretizza nel personaggio di Richard Gere, prostituto d’alto bordo, che conduce una vita agiata a Los Angeles all’inizio della decade reaganiana.
Julien (Gere) vive all’interno di un sistema, quello dell’alta società losangelina (e dell’America tutta) che si serve di lui per soddisfare i propri bisogni più intimi (e torbidi), per dare sfogo alla propria repressione sessuale, per evadere insomma dal torpore dell’ingessata società “bene”.
Julien deve tutto a quel sistema ed è di fatto un parassita (come gli viene detto esplicitamente a un certo punto); dipende da esso, se non esistesse quello lui non avrebbe ragione d’essere.
La sua carta vincente è l’avvenenza fisica, grazie alla quale, di fatto, riesce a far parte degli ambienti che contano; poi certamente non è uno stupido, parla più di una lingua, ma in fondo è un uomo oggetto. Julien ne è consapevole, ed è fiero di ciò: non considera la sua “professione” disdicevole, anzi, crede che far provare emozioni sopite a ricche signore dell’alta società, sia un qualcosa di nobile, di cui essere fieri.
Ma l’incontro con una donna (più o meno sua coetanea), moglie di un senatore che fa parte di quel mondo, della quale s’innamora, e il coinvolgimento in un omicidio (da lui in realtà non commesso), lo porteranno a mettere in discussione la luccicante e marcia esistenza che in fondo conduce.
E alla fine sarà l’Amore il mezzo che lo porterà alla redenzione. Schrader mette in scena tutto ciò attraverso uno stile levigato, elegante, e dà vita a un’atmosfera morbida, “sospesa”, dal retrogusto a dir poco amaro; il marcio che c’è sotto l’apparenza sontuosa e sofisticata si percepisce dall’inizio alla fine; la confezione cool non fa altro che esaltare ancora di più la melma che scorreva sotto l’intera società americana negli anni del rampantismo yuppie.
Già dai titoli di testa, in cui vediamo Julien sfrecciare (elegantemente) con la sua lussuosa auto lungo la costa californiana sulle note della sensuale e coinvolgente Call me di Blondie, ci si aprono le porte del velenoso ambiente nel quale stiamo per entrare, che lascerà segni anche dopo la visione, nonostante la luce che Julien vedrà nel finale.
Insomma la parabola morale “glamour” con cui Scharder si fa conoscere anche al grande pubblico, ovviamente grazie alla presenza dell’allora astro nascente Gere, non può lasciare indifferenti, e rimane uno dei capitoli fondamentali dell’intera carriera dell’autore, che declina la sua (solita) visione morale calandola perfettamente nell’epoca, nello specifico i “fiammanti ottanta”, lasciando il segno nell’immaginario popolare col personaggio di Gere vestito Armani, che si aggira come un (dolente) felino nei lussuosi ambienti della sempre assolata Los Angeles.

A proposito dell'autore

Fabrizio Catalani

Ha fatto e fa cose che con il cinema non c’entrano nulla, pur avendo conosciuto, toccato con mano, quel mondo, e forse potrebbe incontrarlo di nuovo, chi lo sa. Potrebbe dirvi alcuni dei suoi autori preferiti, ma non lo fa, perché non saprebbe quali scegliere, e se lo facesse, cambierebbe idea il giorno dopo. Insomma, non sa che dire se non che il cinema è la sua malattia, la sua ossessione, e in fondo la sua cura. Tanto basta.