Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick

Il giovane scrittore Herman Melville si reca dall’ultimo superstite della spedizione che vide naufragare la nave Essex, al largo dell’Oceano Atlantico nel 1820 a causa di una enorme balena di 100 piedi. Melville prenderà ispirazione dalla storia per la stesura del suo romanzo Moby Dick.
    Diretto da: Ron Howard
    Genere: avventura
    Durata: 121
    Con: Chris Hemsworth, Cillian Murphy
    Paese: USA
    Anno: 2015
5.6

Il cuore del cinema di Ron Howard risiede nella classicità fordiana di un immaginario talmente ordinato da far pensare istantaneamente, al termine della proiezione di Heart of the Sea Le origini di Moby Dick, al film perfetto. Non è così, certamente, Hollywood spesso crea le pentole ma non i coperchi. Tuttavia, Heart of the Sea è il film che mancava al regista di Apollo 13 (1993), il thriller marino con cui l’ex attore di Happy Days può confrontarsi con Peter Weir, autore di Master & Commander (2003) e The Way Back (2011), opere che funzionano da termine di paragone con questo ultimo kolossal multimilionario su Moby Dick. Di certo Ron Howard in questo film non poteva fare di meglio. I canoni fondativi del genere vengono rispettati con pudore. L’intuizione del flashback come forma di raccordo tra passato (1820) e presente (1850) crea una distanza netta tra realtà e finzione scenica, ma crea un fuori campo tale da generare un buco nero nella narrazione: l’esistenza del mostro marino come sintomo di un ignoto che infondi un cuore di tenebra nei pochi coraggiosi che hanno avuto il coraggio di affrontare l’imperscrutabile.
IN THE HEART OF THE SEA
In Heart of the Sea la dialettica tra comandante e primo ufficiale pone in primo piano la riflessione sul rapporto tra classi sociali di differente livello. Chris Hemsworth si impone come gran timoniere di un film che da subito pone il suo accento sul tema della memoria e sul tempo della Storia, compresso all’interno di una narrazione parcellizzata in frammenti di storie ancora non raccontate, che Howard lascia sullo sfondo. Il tocco del regista, nella caratterizzazione dei personaggi secondari è ammirevole. Senza alcuna pesantezza o retorica si distinguono i temi dell’onore, della forza del gruppo, dell’orgoglio ferito e della memoria ancora viva, costellata delle atrocità che puntellano i solchi di una narrazione portata avanti come un grande romanzo d’avventura.
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Allora dove sono le pecche in questo cinema-cinema così puntuale, condotto verso le vette della magnificenza visiva? L’ironia? Il ghigno di una prepotenza horror che sfoci divorando i primi piani dei marinai che, nella seconda parte, quando la situazione precipita, cominciano a guardarsi in cagnesco e ad assaporare il gusto della vendetta? L’inventiva di Ron Howard si sa, ha un periodo limitato di attuazione, perché il regista concepisce la scena come un blocco unitario dove punteggiatura e accenti sono predeterminati in una successione di livelli emotivi scansionati, in una partitura che respira solo gli attimi che vengono concessi al discorso per prendere corpo. Questo, in un contesto dove il tempo dell’inquadratura fugge seguendo un cronometro d’impareggiabile precisione.
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Il tempo concesso all’emozione ha il motivo elettrico di un battito di ciglia. Così il cuore del racconto (appunto Heart of the Sea) è segnato dalla visione/illusione della grande balena lunga 100 piedi filtrata dalla visione letteraria dello scrittore Melville, che apprende il racconto da uno dei superstiti di una spedizione ai confini dell’impossibile. Che la grande balena esista o meno (il solo parlare del grande ‘”demonio” marino provoca ilarità e i finanziatori della spedizione vogliono insabbiare la querelle giudicandola cattiva pubblicità), resta il grande mistero del film. Il cinema rende reale l’illusione, il mito della caverna spiegato attraverso la successione dialettica d’immagini, proposte come giustificazione di un adattamento filmico ad un evento reale non spiegabile. Il corto circuito è massimo e Ron Howard ne ha calibrato il discernimento fino a rendere del tutto invisibile la marca del suo stile visivo. E’ già tanto per un regista da sempre conformato alle regole lapalissiane di Hollywood.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).