Loin des hommes

Algeria, 1955. Daru è l'insegnante di una piccola scuola immersa nel deserto. Un giorno la gendarmeria gli ordina di scortare Mohamed, accusato di omicidio. I due uomini, dai caratteri opposti, dovranno sopravvivere alle avversità di un ambiente selvaggio e senza pietà.
    Diretto da: David Oelhoffen
    Genere: drammatico
    Durata: 101
    Con: Viggo Mortensen, Reda Kateb
    Paese: FRA
    Anno: 2014
6.7

Eccessive o quantomeno ingenerose le svariate critiche mosse a Loin des hommes, ultimo film di David Oelhoffen, al suo quarto lungometraggio, opera che possiede al di là di tutto, diversi elementi che lo rendono un lavoro rispettabile e una visione godibile. Ispirato al racconto dal titolo “L’ospite”, inserito nella raccolta “L’esilio e il regno” di Albert Camus, il film è ambientato nell’Algeria del 1954, durante i conflitti insorti tra il popolo natio ribellatosi alla colonizzazione francese, e culminati nella guerra civile esitata poi nell’indipendenza algerina.

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Sullo sfondo di scenari straordinariamente suggestivi ritratti da una mirabile fotografia, il lavoro di Oelhoffen affronta, sia da un punto di vista ideologico che esistenziale, gli inevitabili dubbi e contraddizioni derivanti dallo svolgersi degli eventi durante la colonizzazione del paese africano da parte dei francesi e più in generale, utilizza tale evento storico come pretesto per estendere la sua riflessione alle conseguenze della prevaricazione del potere di un paese su un altro, dove le forze impiegate sia da chi prevarica che da chi subisce, hanno la matrice teoricamente comune di appartenere inutilmente a una stessa specie, il che non esime l’una dall’arrogarsi il diritto di imporre la propria volontà, le proprie leggi, la propria lingua, la propria presenza, sull’altro.

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Fa da teatro a queste riflessioni, la storia del viaggio attraverso i monti dell’Atlas, di un ex ufficiale dell’esercito francese, interpretato da un buon Viggo Mortensen, che abbandonate le armi, ha scelto di dedicare la propria vita all’alfabetizzazione dei bimbi del posto ma che sarà costretto a rispolverare le sue doti combattive man mano che diversi ostacoli sopraggiungeranno nella sua strada rendendolo necessario. Il viaggio conferisce a quest’opera, palesemente, oltre che nei dichiarati intenti del regista, inquadrabile nel genere western, anche i caratteri del road movie; esso viene intrapreso dal protagonista in compagnia di un prigioniero nativo affidatogli perché si accerti che venga consegnato ai coloni che lo attendono nel luogo in cui sarà processato e probabilmente condannato a morte per omicidio.

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Non particolarmente originale certo, il fatto che i due costruiscano gradualmente un legame durante il percorso, che li porterà a proteggersi e a condividere da uomini e non da francese e arabo, lo stesso spazio, le stesse notti, la stessa acqua, a svelare l’un l’altro a poco a poco ognuno la propria storia, ma efficace per comunicare il messaggio che a prescindere dal paese in cui si nasce, si ha tutti quanti un corpo, un’anima e una mente fatti della stessa pasta identica e che sono soltanto i giochi di potere a dargli poi un colore o una bandiera diversa. Rappresentativa dell’assurdità di un mondo in cui un uomo è diverso dall’altro in virtù di dove ha avuto la fortuna o la sventura di nascere, la scena che rivela che addirittura il protagonista, nato e vissuto in Algeria da due generazioni, che combatte per l’esercito francese e insegna a leggere e scrivere ai bambini africani, ha origini spagnole, il che lo rende ancora più diverso e distante dalle due popolazioni presenti. “Pour les français on etais des arabes e maintenant pour les arabes on est des français.”

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Il film è stato tacciato dalla critica di numerosi difetti, quali poca credibilità, eccessiva dilatazione dei tempi, limitata tensione drammatica, ridotta capacità di coinvolgere lo spettatore, eccessivo paternalismo francese e quant’altro. Per quanto mi riguarda, io credo che al di là dell’effettiva eventuale possibilità di condividere o meno la percezione dei suddetti difetti, sia sempre meritevole l’intento di comunicare un concetto fondamentale purtroppo ancora per niente ovvio e ignorato a tutti i livelli di civiltà e in tutti i paesi del mondo. Concetto che per quanto sembri essere chiaro nella mente del regista, non lo rende altrettanto certo che potrà mai essere acquisito e assodato.

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La visione è quella rassegnata di un mondo in cui pur essendo tutti apparentemente uguali restiamo incredibilmente distanti l’uno dall’altro, dobbiamo difenderci e fuggire lontano o isolarci per avere la magra consolazione di raggiungere al massimo piccoli spazi in cui ci è concesso di vivere sì, ma magari lontani dalle persone care o in solitudine senza poter nemmeno concedersi il lusso di averne di persone care, e se si è fortunati, incontrare qualche anima affine con cui condividere brevi tratti di strada che poi finiranno. Oltretutto, è veramente impossibile evitare di rimanere rapiti e investiti dall’incredibile bellezza di immagini riprese in modo straordinario, caratterizzate da colori così evocativi da sembrare dipinti. Infine ma non ultima in quanto a pregio, il film vanta una colonna sonora di enorme prestigio, affidata ai superlativi Nick Cave e Warren Ellis, che non può non incrementare il valore assoluto dell’opera.

A proposito dell'autore

Roberta Girau

Appassionata di cinema da sempre, tanto da considerarlo un fedele compagno di vita e una malattia ormai felicemente incurabile e irrecuperabile. Ha sempre inserito questa grande passione nel suo lavoro di psicoterapeuta, utilizzando il cinema come vero e proprio strumento terapeutico, scrivendo una tesi e articoli scientifici a riguardo e effettuando sedute di cinematerapia sia individuali che di gruppo. Ha collaborato e collabora con diverse riviste, come Cinefarm, Cinematografo.it, Artnoise.