Vigilato speciale

Le vicende sono liberamente ispirate alla vita di Edward Bunker: un uomo esce di prigione dopo 6 anni. Tenta di reinserirsi nella società, ma la strada della criminalità è sempre dietro l'angolo.
    Diretto da: Ulu Grosbard
    Genere: thriller
    Durata: 114'
    Con: Dustin Hoffman, Theresa Russell
    Paese: USA
    Anno: 1978
7.9

Vigilato speciale, trasposizione del romanzo autobiografico Come una bestia feroce (No beast so fierce) di Edward Bunker, è la prima regia (mancata) di Dustin Hoffman, più di trent’anni precedente al recente Quartet, suo vero esordio dietro la macchina da presa. L’attore statunitense cercò infatti di dirigere il film, a cui collaborò anche un futuro grande come Michael Mann, poi dopo alcuni mesi, non essendo soddisfatto del materiale girato, lo passò nelle mani dell’amico Ulu Grosbard, che lo aveva diretto sia a teatro che al cinema.

Nonostante questo, Vigilato speciale (Straight time) resta un progetto del grande attore, che restò affascinato dal personaggio di Max Dembo già nei primi anni settanta (il film è datato 1978) e per quanto il tentativo di dirigerlo lui stesso non andò a buon fine, proseguì oltre che come attore protagonista, anche come produttore.
La pellicola infatti è prodotta dalla First Artists, di cui faceva parte lo stesso Hoffman. Nonostante il film sia stato un difficile parto creativo, l’esito non ne ha affatto risentito.
La pellicola è ancora oggi potente e avvincente, e il personaggio a cui dà splendidamente vita Hoffman regge sulle sue spalle l’intero film. Il rapinatore di banche da lui interpretato porta con sé nelle movenze e nelle espressioni del viso, la dolenza tipica di personaggi borderline partoriti dalla New Hollywood degli anni Settanta.
Quell’industria hollywoodiana che all’epoca sfornava anche pellicole di genere, in questo caso noir, ibridate con la denuncia sociale, nel caso specifico il difficile reinserimento di un ex detenuto ostacolato proprio da quelle istituzioni, dal sistema giudiziario, che doveva agevolare il percorso di tali soggetti, e non renderlo ancora più ostico.
Hoffman inoltre porta con sé il bagaglio artistico che lo aveva forgiato fino a quel momento: il suo personaggio sembra una versione ripulita del balordo Rico di Un uomo da marciapiede, senza dimenticarci di altri indimenticabili ruoli di quegli anni come il mite (fino ad un certo punto) professore in Cane di paglia di Peckinpah, e quello de Il maratoneta. Max Dembo ha qualcosa dei personaggi appena citati: è dimesso, ma allo stesso tempo rabbioso e testardo.
La sceneggiatura non è una facile apologia dei perdenti; è lucida, scevra da facili sociologismi, dimessa e ruvida come il suo protagonista. Lo stesso discorso vale per la messa in scena, solida e senza fronzoli, e il tutto ulteriormente impreziosito dalla presenza di caratteristi di prim’ordine come il grande Harry Dean Stanton e Gary Busey, che contribuiscono ancora di più a dare vita ad uno spaccato verosimile, che ancora oggi possiede tutta la sua forza.
Non siamo dalle parti del più recente, e pur apprezzabile, Carlito’s Way di De Palma, che spingeva forse un po’troppo sul pedale della retorica dell’impossibilità di redenzione.
Nella pellicola in questione, Dembo, una volta appurato ciò, va avanti determinato per la strada a cui pare essere destinato, sembra fin dall’inizio rassegnato ad una inevitabile fine; si muove fin dalle prime scene per le strade di Los Angeles come un pesce fuor d’acqua, non certamente come il personaggio di Pacino nel film sopra citato; il racconto è caratterizzato da una sorta di azione e reazione senza alcuna sottolineatura, alcuna ridondanza, sia narrativa che visiva.
Il tutto è come un meccanismo ben oliato e impassibile che procede inesorabile fino al dolente finale.

A proposito dell'autore

Fabrizio Catalani

Ha fatto e fa cose che con il cinema non c’entrano nulla, pur avendo conosciuto, toccato con mano, quel mondo, e forse potrebbe incontrarlo di nuovo, chi lo sa. Potrebbe dirvi alcuni dei suoi autori preferiti, ma non lo fa, perché non saprebbe quali scegliere, e se lo facesse, cambierebbe idea il giorno dopo. Insomma, non sa che dire se non che il cinema è la sua malattia, la sua ossessione, e in fondo la sua cura. Tanto basta.