The Hot Spot Il posto caldo

Harry Madox arriva in una città americana del profondo Sud. Trova per caso lavoro come venditore d'auto. Due donne si innamorano di lui, la più matura e disinibita Dolly Harshaw e la timida ragazzina Gloria Harper. Madox si ritroverà presto nei guai.
    Diretto da: Dennis Hopper
    Genere: thriller
    Durata: 130'
    Con: Don Johnson, Virginia Madsen
    Paese: USA
    Anno: 1990
6.2

La “partitura cosmica” del noir si infrange contro il muro della realtà. Con The Hot Spot Il posto caldo (1990) Dennis Hopper configura il proprio romanzo americano, facendo sue le regole del genere e stravolgendole.

Partendo dal romanzo di Charles Williams L’inferno non ha fretta del 1952, Hopper si prende il tempo che gli serve per elaborare il lutto del genere. Questo stranissimo The Hot Spot assomiglia ad una postilla stilizzata del film che l’attore-regista interpretò per l’amico-collega  David Lynch, Velluto Blu (1986), riuscendo persino a superarne il genio.
Se Lynch in Velluto Blu prende il genere noir e lo scaraventa nella palude kitsch di un entroterra sanguinario, altamente onirico, doveva il visivo è la stimmate di un nervosismo entropico che ammalia e respinge, la regia di Hopper non si configura mai come pezzo d’arte concettuale in movimento, ma lascia che il tempo faccia il suo naturale decorso all’interno della scena e si preoccupa di delineare dei rapporti tra i personaggi che si fondino con l’ambientazione spoglia e rurale della provincia americana.

 

Don Johnson e Virginia Madsen entrano da subito in un vortice di passioni e desideri mai sopiti, tutto è alla luce del sole nel noir di Hopper. Un noir che di certo non ha nulla di oscuro e che tratta le notti come se fossero il Vangelo di psicologie fuori dalla norma ma del tutto consapevoli del ruolo che hanno all’interno di una società malata e corrotta, di cui sanno benissimo di far parte.
The Hot spot così configura attraverso gli scarti del noir la “partitura-zero”, il cinema che si logora che nel suo farsi, che si dipana come la tela di un ragno, che si avvinghia sporco e deciso, che usa l’erotismo come vettore di conquiste che giungono solo a conclusioni banali e di redenzioni comunque malate.
Virginia Madsen vuole il suono uomo, Don Johnson ha un’aria da sornione sciupafemmine che sogna l’incantevole dolcezza di Jennifer Connelly, ma ancora non ha capito che la sua (presunta) innocenza non fa per lui.

 

Si barcamena come un toro in un posto infido, straordinariamente camuffato da città ridente, lotta con la decisione degna grandi divi del passato, assomiglia ad un Fred MacMurray più fascinoso, che viene alla fine deve rinunciare ai sogni di gloria (il viaggio di nozze ai Caraibi con Gloria), perché braccato e divorato dalla mantide Dolly Harshaw.
E’ un rapporto di forza che contiene tutte le vitamine della miglior costruzione fantastica del genere, conquistando la vetta della tensione più sibillina attraverso un gioco espressivo di forze trainanti che riducono sempre gli scarti tra personaggi, che arrivano a sondare il parte più profonda dell’es con il semplice uso di dolly o carrelli laterali che fungano da metro di distanza per misurare bollori indecidibili.

 

Hopper fa cinema erotico e pulsante, liscia il noir, lo prende nel suo stesso nascere, calamitando le sorti della storia verso la dissipazione di qualsivoglia morale.
Le sorti del cinema americano si sono giocate in questo duello ad armi dispari, Hopper ha istallato la sua verve di artista maledetto in un’opera semplice, senza le pesantezza del moralismo cattolico di Abel Ferrara, oppure quella autoriale del grande Scorsese. Ha girato un noir che chiunque potrebbe vedere senza accorgersi minimamente di un tocco autoriale. Le storie si dovrebbero limitare ad accedere ad una terza via della narrazione: né spettacolo fine a se stesso, né morale da impartire con il classico messaggio nella bottiglia. Né Hollywood né Europa. Solo una storia e dei personaggi che tentano di conquistare l’Aurora.
The Hot Spot inizia nel caldo torrido della provincia americana e là finisce: il posto è troppo maledettamente caldo e sudato per farvi scorrere una morale che non starebbe in piedi neanche con le stampelle.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).