La donna che visse due volte

L'agente John "Scottie" Ferguson, affetto da vertigini, viene ingaggiato da un amico per una particolare faccenda: indagare su sua moglie Madeleine, affetta da manie suicida. Ferguson accetta il misterioso incarico che si rivelerà più complicato del previsto.
    Diretto da: Alfred Hitchcock
    Genere: thriller
    Durata: 128
    Con: James Stewart, Kim Novak
    Paese: USA
    Anno: 1958
9.3

Nel 2012 per l’etichetta della Universal Pictures esce il Blu Ray di Vertigo (La donna che visse due volte, 1958) e per la prima volta si può vedere il restauro nella versione definitiva di quello che dai più è definito  “il thriller sul doppio” per eccellenza. Hitchcock aveva girato una prima versione di Vertigo, nell’unico film che gli diede l’Oscar alla regia nel 1940: Rebecca. Nel film con Kim Novak e James Stewart si assiste ad un perfezionamento del meccanismo del fuori campo che già in Rebecca aveva conferito il fascino senza tempo al film con Jean Fontaine.

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Ma dopo aver rivisto Vertigo emerge qualcos’altro, che anche in seguito a ripetute visioni non era risultato così lampante. Dopo un’ora e ventitré minuti, dopo il suicidio di Madeleine, il protagonista John (Stewart) esce sconfitto dalla relazione d’amore con una donna psichicamente instabile. La donna muore, lui rimane solo e una parte del film letteralmente fa il suo corso, volgendo al termine. Questo è uno dei più eclatanti casi di turning point, forse il più grande della storia del cinema. Un fatto narrativo crea una cesura divisoria totale all’interno del film, producendo un meccanismo a spirale per cui nei successivi 44 minuti del film lo spettatore è quasi costretto a ripensare ai precedenti 83 minuti, avendo davanti agli occhi una fase finale dove il personaggio di John brancola nel buio nell’attesa di ritrovare il bandolo della matassa.

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Quella che Hitchcock va a creare è una sorta di necrofilia della visione. Un uomo si innamora di una donna defunta, ricreata da una donna che riesce a ricattarlo e a farlo entrare in una spirale senza via d’uscita, per poi riapparire (nella seconda parte) come se fosse l’emanazione fantasmatica di una donna appartenuta ad un altro tempo. Il senso di Hitchcock per il turning point crea negli ultimi 44 minuti un senso di tensione e di attesa rivelatoria, che nella parte finale del film viene esaudita da un breve flashback, dove Judy Barton immagina il fatto che John ancora non sa, ovvero che nella scena del suicidio è stata uccisa la falsa Madeleine; in seguito la tensione viene lentamente mantenuta nella fase della ricostruzione della falsa Madeleine, dove la vera identità di Judy Barton viene svelata.

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Questa cesura narrativa è tenuta insieme dal collante di una presenza inquietante: quella delle altre due donne protagoniste del thriller: Carlotta Valdes e la vera Madeleine Elster, la moglie di Gavin Elster, visibile solo in alcuni frammenti del film, di sfuggita, soprattutto nella scena dell’incubo di John, dove Hitchcock usa effetti speciali in modo imprevedibile e sontuoso. Dunque la spirale narrativa di Hitchcock genera la necrofila di una visione che tende continuamente a destabilizzare il quadro complessivo, secondo una logica dove all’onirismo si unisce la traccia sentimentale che unisce la figura di Judy Barton a quella di Carlotta Valdes, attraverso un gioiello, il rubino rosso, da cui John, riesce a intuire il bandolo della matassa. A distanza di 58 anni la raffinatezza narrativa di Hitchcock rimane intatta e ineguagliabile. Nonostante registi come Lynch abbiano tentato di ripetere il miracolo (con Strade perdute e Mulholland Dr.).

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).