Remember

Zev e Max, ormai anziani, sono amici di lunga data. I due siglano un patto: scovare il criminale nazista che sterminò le loro famiglie e vendicarsi. Vista la salute cagionevole di Max, sarà Zev a portare a termine l’arduo compito, nonostante sia affetto dal morbo di Alzheimer.
    Diretto da: Atom Egoyan
    Genere: drammatico
    Durata: 94
    Con: Christopher Plummer, Dean Norris
    Paese: CAN, GER
    Anno: 2015
6.6

Se sospettate che Remember sia un film sull’Olocausto, scordatevelo: la caccia al nazista fa da molla ad un revenge movie in cui il trauma della prigionia ad Auschwitz dell’anziano protagonista, Christopher Plummer, resta in superficie, mero pretesto di genere per una sorta di Memento senile, tutto incastri, puzzle e suspense. Sarà un difetto di spessore drammatico, ma è difficile non lasciarsi attrarre, salti logici a parte, da una messa in scena immediatamente ficcante, essenziale, asciutta: in quattro e quattr’otto, nel giro di pochi minuti, s’intuisce un lutto, si assiste ad una fuga, si produce un mistero. Tutto giova all’atmosfera thrilling, le scelte di Atom Egoyan ed i tragici rimandi storici sono puramente utilitaristici: persino la performance carismatica di Plummer si mantiene funzionale alla sceneggiatura di Benjamin August, che insegue il brivido ed abbandona la trincea interiore.

remember3

Zev è un ebreo novantenne afflitto da demenza senile e dal dolore della recente scomparsa della moglie Ruth: quando se ne ricorda. Nella lussuosa casa di riposo in cui staziona, chi sembra essergli più vicino è il compagno in sedia a rotelle, Max (Martin Landau), dal quale Zev riceve una lettera con istruzioni per venire a capo di una mandato: aveva promesso, pare, di lanciarsi in una missione dopo la morte della moglie. L’obiettivo, rigorosamente appuntato per non dimenticare, è quello di rintracciare l’aguzzino che anni prima ad Auschwitz aveva sterminato la famiglia di Zev. Fragile nel corpo e nella mente, l’uomo s’imbarca in un viaggio nel Nordamerica alla ricerca del capro espiatorio, facendo attenzione a non far fuori per sbaglio qualche omonimo.

Come thriller a tappe, tentati omicidi e tentati flashback, è fatale che Remember tenga incollati alla poltroncina. La regia di Egoyan, per la quale sarebbe fin troppo facile evocare suggestioni da Hitchcock, possiede ritmo e la scaltrezza necessaria per sapere quando piazzare una carrellata improvvisa o quando risparmiarsi, in angosciante silenzio, gli inutili ghirigori dello score musicale (Mychael Danna), che prende piede solo in corso d’opera, come ad accompagnare, con cadenze klezmer (genere della tradizione ebraica), il ridestarsi d’un ricordo. La stessa scrittura di August, a cui va imputata la grossolano trattamento della psicologia del sopravvissuto, è semplificante, ma non del tutto sempliciotta.

remember1

Un paio di finezze si lasciano infatti apprezzare. La prima è la facilità con cui Zev ottiene la fiducia del venditore di armi, dell’ufficiale di frontiera e dei familiari degli uomini che visita (per freddare): come a dire, provocatoriamente, che lo si prende per benigno perché vecchio. La seconda è l’abilità musicale che si ravviva quando il protagonista si mette al pianoforte, suonando una volta un pezzo dell’ebreo Mendelssohn, l’altra quello di Wagner, l’artista amato da Hitler. Quelle dita improvvisamente agili fanno pensare, per analogia, alla vendetta come ad un muscolo involontario in grado di ridestarsi a distanza d’anni, persino in assenza del ricordo che dovrebbe motivare l’impulso. Tutto tremolii ed incrollabile determinazione, Plummer si fa carico dell’umore greve del killer improvvisato, ma anche dell’angoscia insopprimibile del dubbio, dello stress di una memoria fallace.

Perché, allora, con intrigante premessa, un grande attore nel ruolo chiave ed un’esperta manifattura, Remember avvince, ma non è indimenticabile? Proprio perché, pur di appassionare, il film di Egoyan abusa dell’inutile “spiegone” per lasciarsi intendere e del twist esasperato per sorprendere, mentre preferisce di non compromettersi troppo con le implicazioni etiche e con l’oscurità della sofferenza. Un plauso “cinematografico”, ma qualche perplessità sul coraggio.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".