Omicidio a luci rosse

Jake è un attore di b-movies affetto da claustrofobia. Dopo aver perso il lavoro incontra Sam che gli offre un alloggio. Una notte, nell'appartamento, assiste all'omicidio di una bellissima donna. Tentando di salvarla si ritrova in cima alla lista dei sospetti.
    Diretto da: Brian De Palma
    Genere: thriller
    Durata: 114'
    Con: Craig Wasson, Melanie Griffith
    Paese: USA
    Anno: 1984
6.9

 
Omicidio a luci rosse (1984) è il motivo per cui Brian De Palma non ha mai vinto un Oscar. Per la critica americana il cinema depalmiano veniva considerato “spazzatura”. Se ne accorsero ben prima di questo suadente thriller, già ai tempi di Vestito per uccidere (1980), virtuosistica rilettura hitcockiana del noir.

Omicidio a luci rosse può essere considerato come la più importante opera teorica sulla pornografia, sul senso dell’immagine come ampliamento percettivo. Un’opera in cui De Palma utilizza gli stilemi argentiani dell’orrore e del sangue in modo molto meno furbo del collega italiano, non per sorprendere lo spettatore e costruire una favola esoterica che riveli la mostruosità del surrealismo immaginifico (Suspiria), bensì per costruire il più sapiente dialogo singificante con l’universo visivo di Hitchcock.
Con Omicidio a luci rosse siamo chiaramente a livello di una riproposizione di La finestra sul cortile (1954), con Jake Scully (Craig Wasson) che si mette a spiare la vicina, come il James Stewart nel thriller teorico di Hitchcock.
L’atmosfera creata da De Palma non ha nulla di placido e solare, ma diventa subito oscura e tenebrosa, i carrelli che inseguono i personaggi/amanti si fanno sempre più sinuosi, si arriva ad un livello di erotismo materialistico dell’immagine da far tremare i polsi.
De Palma sapeva come attrarre l’occhio verso la turbine dell’inganno, sapeva giocare con le stimmate del proprio visivo, si attaccava agli sguardi come un segugio in preda ad allucinazioni vertoviane.
E’ un autore che dimostrava di aver studiato dai grandi, di aver appreso l’arte della mistica di un cinema invalicabile, dopo il quale nulla sarebbe stato più lo stesso, il noir avrebbe preso la direzione tracciata da De Palma, molti tentarono di emularlo, solo Tarantino ne ha capito il vero senso e ha iniziato, dagli anni ’90 in poi, un meccanismo di gioco perverso con gli scarti del cinema passato, vincendo a volte clamorosamente.
Ma il De Palma di Omicidio a luci rosse  soprattutto perché venuto dopo due opere cult irripetibili, come Blow Out (1981) e Vestito per uccidere, rafforza l’idea che il modello argentiano votato al barocchismo sanguinolento, sposato all’estetica anni ’80 della regia come occultamento continuo dell’immagine, istallato su una narrazione che si dipana come una tela di Penelope, fa capire che il Tempo del cinema è una scure che raramente taglia l’opere in maniera così acuta e sottile.
Omicidio a luci rosse raggela sottilmente gli sguardi, non punta al consenso diretto, come forse succederà con Carlito’s Way (1993), ma si avvinghia lento e spregiudicato, esplode nella celebrazione feticista di “Relax” dei Frankie Goes To Hollywood, in cui il cinema depalmiano su blocca nello sguardo come in un momento di inatteso coma vertiginoso, accende gli animi, sprigiona una forza tellurica che non si dimentica.
Chi non ha mai visto un De Palma e vede oggi un Aronofsky o un Danny Boyle e si emoziona, ha perso un tassello della Storia.
Dovrebbe tornare indietro e fare mea culpa, vedere e rivedere Omicidio a luci rosse  con Melanie Griffith, puttana da quattro soldi, trattata come una divinità ancestrale. De Palma aveva già capito che il cinema è nei colori, negli sguardi attoniti della mdp, nella colonna sonora che non lascia mai, che sospende il film e lo porta in un’altra dimensione.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).