I padroni della città

Due piccoli criminali di periferia vogliono sfidare il potere del Boss "Lo Sfregiato". Organizzeranno una trappola grazie all'aiuto di un criminale più esperto di loro.
    Diretto da: Fernando Di Leo
    Genere: thriller
    Durata: 98'
    Con: Harry Baer, Jack Palance
    Paese: ITA, GER. OVEST
    Anno: 1976
4.7

Mister Scarface è il titolo statunitense de I padroni della città (1976) di Fernando Di Leo, distribuito sul mercato statunitense dalla Troma.
Lo sfregiato si vede nelle prime battute: ha il volto, meglio, la maschera di Jack Palance, nei panni di Manzari, un malavitoso con le mani sul grosso degli affari sporchi a Roma. E che le mani, se necessario, se le sporca: quando uno dei suoi, Ric (Al Cliver), viene fregato nella bisca di Luigi Cerchio (Edmund Purdom), boss e cricca vengono a svuotare le casse, lasciano un assegno di tre milioni e sfidano i presenti ad incassarlo il giorno dopo. Mentre Ric viene pestato ed estromesso dalla banda, Tony (Harry Baer), scagnozzo dell’ufficio riscossioni di Cerchio, si offre di riscuotere la somma per fare lo sborone. Ci riesce, ma pesta i piedi a chi non dovrebbe: partono i calci (delle pistole).

ALTI E… BASSI –
Bastano cinque minuti de I padroni della città di Fernando Di Leo per capire in che quartieri cinematografici intendesse andare a parare il regista pugliese, reduce da due film di genesi opposta: La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (1975), che l’autore confessò essere stato un “film su ordinazione” (da parte di Giuliano Juso), sul tema scottante dei sequestri; e Gli amici di Nick Hezard (1976), un divertissement del tutto peculiare nella sua filmografia, evidentemente ispirato a La stangata (1973) della coppia Newman-Redford.Reduce da queste fatiche, e col picco della trilogia del milieu (Milano Calibro 9, La mala ordina, Il boss) alle spalle ormai da tre anni, Di Leo confeziona un gangster movie dai tratti noir, ma anche dalla spiccata ironia del poliziottesco più incline alla commedia.


Le prime sequenze, appunto: Jack Palance in versione topo d’appartamento s’introduce in un’abitazione con un altro uomo, che poi fredda davanti ad un bambino. La porta che si apre sul buio, coi corpi dei due ladri che sgusciano controluce al ralenti, compongono una ouverture noir.
Eppure, già il bambino che prova a sparare con la pistola scarica aggiunge al dramma pulp una nuance scugnizzesca. La scena successiva, dopo i titoli di coda, è quella di Tony/Harry Baer che va a riscuotere trentamila lire in una lercia officina: accento romano e scazzottata scanzonata in stile Terence Hill: il tono è più solare, dunque, per quanto possa essere luminoso l’umorismo dei bassi.

                                   CACCIA POCO SPIETATA AI TRUFFATORI – 

Non a caso, la presenza del caratterista Vittorio Caprioli appare meno forzata che altrove: il suo personaggio, significativamente chiamato Napoli, dall’immancabile cadenza gergale e dalla “mise” improbabile (foulard rosso su canotta nera), si concede persino uno sketch da I soliti ignoti, con una vera e propria lezione di rapina, intervallata da tecnicismi e pernacchie.Una delle sue perle di saggezza, tra serio e faceto, contiene una chiave di lettura del film: “L’organizzazione criminale nun è comme a fessa ‘mman e criature”.
La storia è dunque quella di una reazione a catena innescata dallo sgarro di un pesce piccolo ad un pescecane, con l’accendersi di una faida interna in cui i vertici dell’organizzazione criminale manipolano, dirigono, osservano: non senza ambiguità, non senza subire scacchi.


È probabilmente nell’impotenza del potente, un Jack Palance troppo poco crucciato, che il film registra qualche cedimento, o almeno, più aperte scelte di campo: il cattivo in barba al quale si fanno stangate è fin troppo morbido (si prende anche un gesto dall’ombrello da Napoli!), il noir si schiarisce, mentre tra i furfantelli nessuno guadagna davvero la scena (Al Cliver algido per il contesto, Baer faccia d’angelo), in cui i lazzi mimici di Caprioli rendono bene l’idea di una certa gradevole ma poco ambiziosa episodicità.
Tutta la ribalderia monellesca de I padroni della città, tambureggiante come la colonna sonora puramente ritmica di Luis Enriquez Bacalov, si riassume nella scena dell’inseguimento a Tony: nessuno che osi mettere mano alla rivoltella, è una vivace acchiapperella che precede l’agguato western del nascondino finale, in cui prima del fragore allarmante delle detonazioni si sospetta che i fucili siano giocattolo, se nell’altra mano c’è un walkie talkie. Poco importa: il gioco diverte, anche coi duri di cartone, ancor di più tra go kart e moto alla Steve McQueen. Non grandissima, la fuga di Di Leo: ma il film corre.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".