Colpo Rovente

Le indagini sull'assassinio di un ricco industriale chiamato Mac, vengono affidate al capo del Narcotic Bureau, Franck Berin. Per risolvere il caso Berin si infiltrerà negli ambienti dei tossicodipendenti. L'indagine si rivelerà più difficile del previsto.
    Diretto da: Piero Zuffi
    Genere: thriller
    Durata: 104'
    Con: Michael Reardon, Barbara Bouchet
    Paese: ITA
    Anno: 1970
4.7

“Bel colpo per un primo film”, commentava Pietro Bianchi sulle colonne de Il Giorno nell’aprile del 1970, a proposito di Colpo rovente di Piero Zuffi. Si sarebbe trattato, però, anche dell’ultimo film dello scenografo romagnolo: un’unicità non solo statistica, e non solo rapportata alla sua personale filmografia, ma anche qualitativa e di contesto, considerando la singolarità di un prodotto certo figlio del proprio tempo e non alieno da influenze cinematografiche contemporanee (italiane ed americane), ma declinato con fertile ed irripetibile fantasia.

Il commissario Berin (un legnoso Michael Reardon) indaga sull’omicidio di McBrown, magnate dell’industria farmaceutica che nasconde sotto una rispettabile facciata gli illeciti della cupola mafiosa di cui è a capo, invischiata in un traffico di droga. La figlia Monica (Barbara Bouchet in versione corvina) reclama stancamente giustizia stravaccata sul divano di design ultramoderno, o alzando la voce tra le luci stroboscopiche della disco, ma per il commissario la posta in gioco è più alta: approfondire un’indagine sull’underground criminale di New York.
A costo di pestare i piedi ai pezzi grossi del commercio di stupefacenti, a costo di fingersi un biker con l’occhialone scuro. Finirà tra paradisi marini come Acapulco e paradisi artificiali, club notturni in cui si consumano droghe, balli, omicidi. Lo bracca un killer al soldo dell’associazione a delinquere (Carmelo Bene), ma intanto finisce tra le braccia di una giovane ed avvenente cieca, vittima dei malviventi (Susanna Martinkova).
COLPO RAFFREDDATO DAI TAGLI – Paradossale l’oblio che incombe su Colpo rovente di Pietro Zuffi, a cui ha contribuito peraltro una sciagurata serie di tagli nella versione televisiva (da 104 minuti si è passati a 79!), nonché in alcune delle rare edizioni in dvd.
Indimenticabile nel bene e nel male, il film è stato rispolverato in versione integrale al Festival di Venezia 2004, nell’ambito della rassegna Italian Kings of B’s, promossa da Quentin Tarantino. Aleggia, nell’allestimento scenico, un clima da poliziesco a scala di teatro urbano, in cui il poliziotto fa il duro eastwoodiano (vedasi L’uomo dalla cravatta di cuoio di Don Siegel, del ’68); s’improvvisa giustiziere (ne vedremo spesso nel poliziesco italiano dei seventies, e quello stesso anno qualcosa del genere in La morte risale a ieri sera di Duccio Tessari); attraversa ambienti metropolitani anticonformisti (teatri off, bande di Hell’s Angels).
Si tratta di un misto tra durezza realistica, crudamente notturna, ed allucinata esuberanza pop, supportata dalla sfavillante fotografia di Pasqualino De Santis (il vestito azzurro della Bouchet nella stanza blu è da ingordigia tonale, così come il laboratorio farmaceutico con liquidi fucsia nelle ampolle), dal montaggio a tratti frenetico che alterna Mao, Marlboro e Manson, dal beat esasperato sotto i neon di Piero Piccioni.
DELITTI AD ARTE – Il risultato è quindi artificiale, sur-reale: una scenografia teatrale in cui le stesse performance sembrano riprodurre, a tratti, un happening. Così, capita che ci scappi un morto proprio nel bel mezzo di un evento artistico, in un contesto in cui non è facile capire se il caduto stia interpretando la propria morte – con lenzuoloni bianchi insanguinati da body art nitschiana ante litteram – o sia stato freddato a tradimento; o, ancora, che l’informazione giusta arrivi di notte, durante una festa-processione in Messico, tra candele e gente travestita da scheletri, culmine d’un pittoresco che confina col visionario.
Lo stesso Michael Reardon ha la rigidità di un’icona, fino a rasentare la voluta fissità nello scimmiottare il Marlon Brando de Il Selvaggio sulla Triumph. Carmelo Bene, poi, partecipa apparendo come un fantasma, prima sullo schermo di una telecamera di sorveglianza (che si aggiunge agli schermi televisivi che già fanno capolino con invadenza), poi entrando su di un palcoscenico in cui consuma sanguinosamente la propria incursione, la propria precoce sparizione.
Se questo charme vecchio stile può ancora affascinare con la propria lisergia straniante, non invecchia così bene certa implicita denuncia socio-politica. A parte la svolta di sapore petriano, da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (uscirà proprio nel ’70), sull’inefficacia della giustizia, ma già nell’ottica della rabbiosa impotenza de La polizia sta a guardarenon può sparareha le mani legate e dintorni poliziotteschi, Colpo rovente deve essere apparso scottante soprattutto per aver adombrato le relazioni pericolose tra malavita e contestazione giovanile.
I giovani sbandati – spunta anche un universitario amante dei rebus, che ricorda il Rosas letterario di Loriano Macchiavelli – frequentano ambienti che favoriscono la penetrazione di malintenzionati, il commercio di droga attecchisce nei luoghi in cui si scambia confusamente, o furbamente, l’espansione della coscienza col divertimento.
Verosimile, dunque, che il Colpo rovente venisse in qualche modo ostracizzato, mentre dal punto di vista più strettamente artistico i mancati bis del regista avrebbero lasciato nell’ombra un’opera ripescata forse per bizzarria, eppure sorretta da una verve luminosa, per quanto incostante, su cui è calato troppo presto il sipario.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".