Cape Fear Il promontorio della paura

Max Cady, micidiale stupratore, esce di prigione dopo 14 lunghi anni. La sua precisa intenzione è vendicarsi dell'avvocato che lo difese al processo, puntando anche alla sua famiglia.
    Diretto da: Martin Scorsese
    Genere: thriller
    Durata: 128'
    Con: Robert De Niro, Nick Nolte
    Paese: USA
    Anno: 1991
7.2

Si può dire che sia con Cape Fear Il promontorio della paura che Martin Scorsese inaugura la seconda parte della sua carriera, quella che per chi scrive è la meno convincente.

I suoi anni Settanta sono stati magnifici, ineccepibili, uno scorcio di filmografia che sarebbe bastato a consacrarlo come un regista attentissimo al suo tempo, capace di registrare le scosse telluriche che dagli anni Trenta in poi avevano investito l’America attraverso le azioni dei suoi emarginati urbani (Taxi Driver, Mean Streets, persino New York New York) e rurali (America 1929: Sterminateli senza pietà).
Gli anni Ottanta, pur aperti da un capolavoro come Toro Scatenato, sono meno essenziali e più discontinui. Autentiche perle si alternano a film che non convincono in pieno, uno per tutti L’Ultima Tentazione di Cristo (1988). Cape Fear è del 1991, viene dopo il notevole Goodfellas (Quei Bravi Ragazzi, 1990) e, forse per la prima volta, dà l’impressione che Scorsese sia più interessato ad accreditarsi come un grande maestro della cinepresa che a raccontare (la sensazione verrà rafforzata dal successivo L’Età dell’Innocenza).
Non è che la regia non abbia grandi momenti, che turbano anche alla decima visione (su tutti il primo incontro tra lo psicopatico stupratore e assassino Max Cady e Danielle, la figlia dell’avvocato – l’innamoramento di molti per un’attrice da prendere con le pinze come Juliette Lewis è nato qui).
È che ad ogni passo si ha la sensazione dell’artificio, del rimando, del pezzo di bravura. E non è certo a causa del rapporto con l’originale, il Cape Fear di J. Lee Thompson con Gregory Peck e Robert Mitchum, che qui ritornano in ruoli minori. Si tratta invece di una cosa più sottile e che riguarda il rapporto viscerale di Scorsese col cinema, che però ad un certo punto del suo percorso sembra prendere la strada della maniera.
Più che rifarsi al Promontorio della Paura del 1962, il Cape Fear scorsesiano guarda ad un modello archetipico come La Morte corre sul Fiume (Night of the Hunter, 1955) di Charles Laughton, interpretato dal medesimo Robert Mitchum: l’infernale predicatore Harry Powell di quel film ha molte analogie con Max Cady, compresa quella sorta di apparente ubiquità e invulnerabilità che alcuni imputano come difetto al personaggio incarnato da De Niro.
Questa ispirazione rende conto anche dello stile del Cape Fear di Scorsese, platealmente carico e violento, in cui la fosca fotografia di Freddie Francis assume una parte essenziale; e dà la misura anche della cospicua distanza con il Cape Fear originale, molto più schematico nella relazione tra l’ex galeotto Cady e il legale Bowden. Malgrado l’abilità di Scorsese nel rendere serrato lo sviluppo della vicenda, pare spesso di assistere ad un lavoro di natura alimentare, in cui il tema portante della Vendetta portata da un Emissario del Male come Cady, è privo dell’originalità che ci si aspetterebbe dall’autore di Taxi Driver, e lo stesso avvocato Bowden di Nick Nolte, che viene dipinto con scarsa simpatia, è una figura troppo canonica per non sembrare ricercata.
Cape Fear rimane un film che Scorsese ha girato in un momento di alterne fortune commerciali dei suoi lavori, probabilmente è e rimarrà un unicum nella sua filmografia. Ma non per questo è tra i suoi esiti più rilevanti. Il manierismo è forse messo in conto dallo stesso regista italoamericano, tuttavia è così spinto da oscurare persino il valore degli splendidi contributi tecnici. Che nei film successivi avrebbero conquistato sempre più la scena, purtroppo, a scapito delle più genuine esigenze artistiche ed espressive.

A proposito dell'autore

Denis Zordan

Ha una foto di famiglia: Lang è suo padre e Fassbinder sua madre. John Woo suo fratello maggiore. E poi c'è lo zio Billy Wilder. E Michael Mann che sovrintende, come divinità del focolare. E gli horror al posto dei giocattoli. Come sarebbe bello avere una famiglia così...