Operazione paura

Un medico viene chiamato in uno sperduto paese per effettuare l'autopsia sul corpo di una donna. Scoprirà che sul paese grava una maledizione.
    Diretto da: Mario Bava
    Genere: horror
    Durata: 85'
    Con: Giacomo Rossi-Stuart, Erika Blanc
    Paese: ITA
    Anno: 1966
7.3

Dai brividi del “semifreddo” da cui provenivano le spie Franco e Ciccio nel ’66, a quelli di terrore in Operazione paura dello stesso anno: così Mario Bava fece nello stesso anno, per due volte, “le nozze con i fichi secchi”, ossia film col budget ridotto all’osso, passando dalla commedia all’horror. Quell’economia di mezzi aguzza l’ingegno ed induce il regista, nel film di paura, a ripiegare su di una visività impattante, allucinata, sulfurea, da restare più secchi dei fichi.

Un medico (Giacomo Rossi Stuart) viene chiamato in un borgo ottocentesco di aspetto medievale per eseguire l’autopsia sul cadavere di una ragazza morta in circostanze misteriose.
Viene accolto con ostilità, mentre il borgomastro ostacola le indagini della polizia assecondando i timori nutriti dalla superstizione locale. In una villa sulla sommità del paese, infatti, si ritiene aleggi lo spettro della piccola Melissa Graps, morta anni prima in circostanze drammatiche.
Quando il suo fantasma appare, lo sventurato che lo vede viene spinto inesorabilmente a suicidarsi. Una fattucchiera benigna, Ruth (Fabienne Dalì), cerca prima di mettere sull’avviso il dottore, poi di salvare lui e la giovane assistente Monica (Erika Blanc), che pare indirettamente collegata ai misteri di Villa Graps. Ne vien fuori un duello stregonesco.

 

Quella di Bava è una sorta di declinazione nostrana degli horror di Roger Corman, che trasudano un’aria cimiteriale da maleficio old style.
Come nei più immediati predecessori, La frusta e il corpo e Sei donne per l’assassino, il regista si affida in prima istanza a cromie fotografiche acidule, con illuminazioni teatrali che virano dal bruno-giallastro a toni più freddi di luce verdognola.
L’effetto è quello di una lampada del diavolo che aleggi su un villaggio di dannati, tutto pietra e legno, in cui la paura è un sentimento coltivato come per magia nera cinematografica sulla scia ectoplasmatica di un’essenzialità ancestrale.
I primordi, a ben vedere, sono anche quelli del cinema, sia pure aggiornati col veleno del colore: i rimandi a Dreyer (Vampyr) e a Murnau (Nosferatu il vampiro), specie nell’onirismo più malato e paranoico, si aggiornano con fuori fuoco e allucinazioni cromatiche come essudate da un’afa lisergica.
Quest’atmosfera da teatro tragico delle ombre colorate è supportata dall’unità aristotelica di tempo e di spazio: lo scenario, per quanto internamente variato, resta unitario, avvolto nella bruma di paese, ove tutto si consuma – la follia, il sortilegio, l’amore, la morte – nell’arco di una notte. È un’idea – probabilmente perseguita per lo più per una questione di funzionalità del set e delle riprese – che viene spinta fino al parossismo nella scena in cui spazio e tempo s’immobilizzano nella morsa di un’alienazione mentale indotta, quella del dottore che attraversa di corsa otto stanze identiche, per poi accorgersi di stare inseguendo se stesso (il critico Sandro Berardi ne ha supposto l’origine in un sogno raccontato da Henry James nell’autobiografia A Small Boy and Others).
L’armamentario di riprese de La maschera del demonio viene riproposto, tra piani sequenza, zoom e quelle soggettive senza soggetto che avranno larga fortuna nell’horror italiano (ad esempio nel cinema di Dario Argento), e non solo. Sono stilemi da feuilleton visivo, e difatti il film sembra aggregarsi per una serie di episodi più o meno spaventosi come in un romanzo d’appendice. È aggregante, però, il senso della presenza soprannaturale, incarnata soprattutto nel fantasma della piccola Melissa che gioca con la palla, poi citata da Federico Fellini nell’episodio Toby Damnit di Tre passi nel delirio (1968).
È anche una presenza “contaminante”, nel senso che più di un personaggio sembra come sospeso in un limbo tra la realtà del paesino ed il suo oscuro maelstrom: la maga Ruth, che ribatte alle maledizioni con contro-incantesimi, diversamente dallo scetticismo del dottore; la Baronessa Graps (Giana Vivaldi), una medium incline al male più o meno involontario; la stessa Monica, che pare venuta fuori da qualche incantevole ritratto maledetto.

La sensazione dominante, infine, è quella di un horror pagano, alimentato dalle tenebre della ragione: la rassegnazione dei paesani ad accettare la convivenza con il male e le sue manifestazioni soprannaturali è indicativa. Distribuito con svariati titoli all’estero (tra cui The Curse of the Living Dead in Gran Bretagna e Kill, Baby, Kill! negli Stati Uniti), Operazione paura di Mario Bava è condotto con chirurgica parsimonia, abbondando, però, nel drogare la fotografia e le riprese per generare un’artata vertigine d’istintivo terrore primigenio.

A proposito dell'autore

Antonio Maiorino

Professore di storia dell'arte e giornalista pubblicista, professa pubblicamente il suo amore per l'arte e per il cinema. D'arte ha scritto per Artribune, Lobodilattice, Artslife ed il trimestrale KunstArte, mentre sul cinema, oltre a una miriade di avventure (in corso) da free lance, cura una rubrica sul quotidiano "Cronache di Salerno" ed in radio per "Radio Stereo 5".