Antichrist

Una donna perde il figlio, perde il controllo e abbraccia la completa follia. Il marito psicologo tenta, inutilmente di guarirne i problemi.
    Diretto da: Lars Von Trier
    Genere: horror
    Durata: 108'
    Con: Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe
    Paese: DAN, GER
    Anno: 2009
5.8

Antichrist non va considerato come un film in senso stretto, ma come un’operazione di marketing auoriale, i cui indubbi meriti visivi vanno ricercati specificamente nell’intenzione del suo autore di rappresentare l’esplosione di una diatriba interna tra purezza e orrore, dove lo scandalo annunciato (e puntualmente esibito), viene liberato con una carica visiva che deteriora ulteriormente il rapporto, già labile, tra chi guarda (sottomesso all’orrore) e l’oggetto della visione, vacuo esperimento mortificatore di uno sguardo perennemente imbellettato, congiunto alla deformazione di una cornice ideologica sfasata, dove, in assenza di un contenuto, l’unica cosa che conta è l’immaginario puro, la pura estensione di uno sguardo sempre in fibrillazione.

Dunque, i connotati di questo mortificante exploit di Lars Von Trier si possono enucleare in una totale indifferenza dello sguardo per la materia trattata, in un film dove l’ultima Strega di Lars Von Trier, interpretata da Charlotte Gainsbourg, da vita ad una performance dove la follia rappresenta il femminino in eterna rivolta contro se stessa e il suo creatore.
L’uso del digitale rimanda ad una esigenza pittorica di ambizioni altissime, in cui la Phantom Hd e della Red One generano un percorso estetico coerente al precedente cinema dell’autore, unica vero senso del film. In questo Anitchrist, l’unica cosa che conta per Von Trier, è confondere lo spettatore con una visione, dove i massimi principi della sperimentazione e del piacere visivo fine a se stesso, vengono sbandierati come una lama elettrificata.
 
 
Antichrist non è affatto un film depressivo, e “non attacca la depressione”, è certamente un film opprimente, un horror del tutto privo di una narrazione sensata, dove l’angoscia rimane sospesa tra i ralenti e le immagini di tortura. Dal punto di vista estetico si può dire che questo sia il film più elegante di Von Trier, quello esteticamente più curato, dove l’ossessione formalista va insieme con quella di un altro horror come Il Cigno Nero di Aronofsky: in entrambi i casi si tratta di modelli di narrazione dove gli stereotipi vengono elevati ad un iperrealismo stilizzato, che irrita e seduce, ma che non produce nessuno spostamento nell’asticella del senso, nella necessità intrinseca della visione. L’ultimo film di Von Trier, è dunque un action-painting dove il formalismo produce una cattedrale di immagini purissime e devastanti, un film pieno zeppo di invenzioni visive, collocate agli angoli di una narrazione che non prende mai piede, perché non ritenuta necessaria dal suo autore.
 
 
Con Antichrist non siamo affatto dalle parti di Salò o le 120 giornate di Sodoma, Antichrist non è un film insostenibile, se si accetta di distogliere lo sguardo dalle immagini più crude, anche perché oltre al gioco visivo, non si intravede una seria riflessione sulle immagini e sul loro senso.
Il resto è puro cinema dell’immaginario, un sogno-incubo ad occhi aperti. Le critiche rivoltegli dalla maggior parte della critica mondiale, suggeriscono forse che l’intero percorso artistico di Von Trier sia impostato da una correlazione tra il desiderio dello scandalo, che si riduce ad una pura e semplice esigenza di marketing. Va da sé che la consequenziale risposta di un pubblico adorante, possa essere considerata come una risposta tutta solo di pancia.
Con Antichrist e Black Swan si assiste ad un ritorno verso una costruzione orrorifica, che mette si al centro del discorso prima di tutto l’immagine, ancora prima dei contenuti, ma che non produce alcun effetto decisivo nell’immaginario. Siamo lontani anni luce dai film di Carpneter degli anni ’70-’80.
Il risultato che si ha dopo la visione di Antichrist è quello che si ottiene dopo aver visto un lungo trailer di un film dell’orrore: si ha avuto la sensazione della terra che trema sotto i piedi, ma senza aver detto perché la terra trema e chi la fa tremare.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).

  • Sono al 100% daccordo con te. Da questo film, che appunto è una fonte infinita di ispirazione ho tratto un progetto fotografico che puoi trovare su http://www.logu.it all’interno di Exhibition, dal nome Ritorno alle Radici. E adesso sto scrivendo un articolo per Four Lights. Complimenti per come hai riassunto il concetto.

    • Ti ringrazio per i complimenti.