Third Person

Tre storie ambientate in tre diverse città: a Parigi Michael è appena divorziato, incontra la sua amante Anna, giornalista con ambizioni da letterata; a New York Julia tenta di riavere la custodia del figlio di sei anni, ma suo marito RIck la ostacola; a Roma Sean rimane coinvolto nella liberazione della figlia di una donna di cui si è innamorato.
    Diretto da: Paul Haggis
    Genere: drammatico
    Durata: 137
    Con: Liam Neeson, Mila Kunis
    Paese: UK, USA
    Anno: 2013
4.2

Il dramma più grande di Paul Haggis è quello di essere un autore votato al dramma più puro, situazione creativa che lo espone ad un materiale di forgiatura insidiosa nonché a giudizi severi sui problematici equilibri da conseguire.  Considerando che Crash, lusingato dagli Oscar, resta ancora per molti critici una truffa d’autore, una fuffa facilona e ruffiana, Third person centuplica prevedibilmente il rischio di stroncatura. Anzi, nemmeno si tratta più di un troppo facile pronostico: stampa e pubblico americano, che già hanno visto il film, si sono puntualmente divisi, ma con largo vantaggio della fazione dei detrattori.

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Se ci si è concessi  l’introduzione sul “dicono di lui”, è per inquadrare il terreno smottante e scivoloso su cui Haggis ancora una volta si muove – non senza scivoloni – e rimarcare come alla difficoltà d’un lavoro di questo tipo per chi genera corrisponda la responsabilità di chi guarda. Ancora di più per chi ne scrive. Si è alle prese con un’ulteriore storia di storie, di contatti violenti o mancati, distanze accorciate e traumi rabberciati tra oblio ed inevitabile ricordo; di vicende parallele che sembrano confondersi più con un gioco di suggestioni che ricorda un altro Paul, Auster, che con un autentico intreccio tra i fili narrativi, sempre sfiorato ma volutamente tenuto al livello dell’eco sovrapposto di comuni fantasmi.

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Liam Neeson interpreta uno scrittore in declino alle prese con un’amante complicata, Olivia Wilde, lontano da casa ma non da dolorose reminescenze. Giocano al gatto col topo e s’intrappolano a vicenda. Mila Kunis fa invece l’attricetta costretta a lavoricchiare e disperatamente intenzionata a riprendersi il figlio sottrattole dai servizi sociali a seguito di un incidente non meglio chiarito. Ora il bambino è dal padre (James Franco), artista affermato che già si sta rifacendo una vita con una sensibile compagna. L’ha lasciata a casa, la compagna, il copista di vestiti Adrien Brody, in missione in Italia per contraffare capi firmati ed invischiato nell’atroce dubbio sulla falsità di un’affascinante tzigana (Moran Atias). Finirà nei bassifondi per salvarla e per salvarsi.

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Salvare Haggis o condannarlo come manipolatore di burattini col delirio di onnipotenza – autore di splendidi capi firmati, ma sgradevolmente falso per teatralità ed ostentazione? È indubbio che Third person si presenti come una ridda di prevedibili seduzioni ed imprevedibili soluzioni, alcuni diranno “stucchevoli”. Tutto sembra pericolosamente in bilico tra l’autenticamente vissuto ed il pericolosamente esistenzialoide: un meccanismo ad orologeria il cui ticchettio può assordare, accordato melodiosamente per stupire come una sinfonia barocca o stonato per eccesso di virtù nei gorgheggi.  Ma forse, quello che più dovrebbe interessare si condensa nella domanda che pone Liam Neeson alla moglie quando quest’ultima gli chiede di tornare a casa: “how?”. Più che fare il virtuoso allo script e sfornare storie ambiziose ed avvenenti, Haggis prova a fare cinema da decostruire, racconti da smontare per provare a vedere come siano fatti i personaggi.

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In tal senso, suona quasi come una dichiarazione di poetica quell’amara constatazione che il regista mette in bocca all’editore del libro di Liam Neeson, allorché gli da dire che il mercato è cambiato e si orienta sui libri di cucina fai da te scritti dalle star, per poi lodare i primi romanzi coraggiosi e crudeli dello scrittore in crisi. Se il meccanismo di Haggis sia calibrato o meno, e quand’anche lo sia, se riesca come inutile giostra di personaggi o come credibile automa cinematografico con corpo ed anima, resterà questione destinata a dividere spettatori e critica. Intanto, si può affermare – e lo si apprezza – che Haggis si fa ancora carico del difficile mestiere di scrivere, proprio come il protagonista, per raccontare l’ancor più difficile mestiere di vivere, per il quale non ci sono manuali fai-da-te che spieghino l’how, ma solo storie in grado di porre problemi ed d’invocare la responsabilità più onerosa: quella di guardare, di prendersi la giusta distanza dai personaggi come terze persone, e scegliere tra distacco, giudizio, empatia, comprensione. Duro il mestiere dello spettatore.