Sangue del mio sangue

Medioevo. Suor Benedetta è colpevole d’aver sedotto Federico e il suo gemello prete. La condanna che seguirà sarà atroce: sarà murata viva nelle prigioni di Bobbio. A distanza di secoli, un ispettore del Ministero chiamato Federico tornerà in quei luoghi. Di notte scoprirà l’inquietante presenza di un conte.
    Diretto da: Marco Bellocchio
    Genere: drammatico
    Durata: 106
    Con: Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio
    Paese: ITA, FRA
    Anno: 2015
7.3

Con il suo ultimo lavoro, Sangue del mio sangueMarco Bellocchio ci offre un’opera singolare, insolita, a tratti stravagante, che a seconda di chi la vede e della predisposizione con la quale ci si approccia, può indurre sensazioni che vanno dall’entusiasmo al senso di estraniamento, con tutte le sfumature intermedie, fino addirittura a respingere lo spettatore. É un film che può permettersi un regista del suo calibro e della sua esperienza, arrivato all’età di 76 anni e dopo aver diretto, prodotto e sceneggiato decine di pellicole, ha ancora la volontà di sperimentarsi e di vagare all’interno di sé stesso, esplorando i propri meandri alla ricerca di qualcosa di ancora vergine, o anche di qualcosa che non è esattamente inedito ma attraverso quel viaggio assume una forma diversa che gli consente di affrontarlo e osservarlo sotto una luce nuova. E un intento e un impegno come questo, al di là dell’effettivo risultato e del riconoscimento che gli viene dato, ha comunque un valore assoluto notevole. Se ci si lascia trasportare dal flusso di coscienza evocato dalle immagini e dal racconto, si rischia di esplorare delle profondità e uscire dalla visione arricchiti, traendone ottimi guadagni in termini di riflessioni esistenziali e filosofiche, ma il prodotto finale non è oggettivamente efficace e non induce a un plauso univoco.

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Il regista ricorre alla creatività proponendo una narrazione non lineare nella quale si possono riconoscere due porzioni, scandite dal tempo in cui si sviluppano le vicende narrate, rispettivamente il Seicento nella prima, i giorni nostri nella seconda. Le due parti si differenziano inoltre per l’utilizzo di registri differenti, il che può rappresentare un primo difetto del film, rendendolo sconnesso e poco compatto. Un difetto che a tanti, può apparire un pregio, se non addirittura una delle virtù del film, ma che a mio avviso crea troppo distacco, vi é un registro drammatico nella prima, che non lo é abbastanza, nel senso che non è abbastanza incisivo dal punto di vista emotivo, probabilmente anche a causa della poca originalità della narrazione e dei limiti dell’interpretazione, mentre ve ne è uno molto più ironico e sarcastico nella seconda, decisamente più efficace, che però in alcuni momenti, eccede nell’essere sopra le righe. Questo può determinare un senso di confusione nello spettatore.

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Bellocchio sceglie luoghi, tematiche e interpreti a lui familiari, circondandosi realmente dei propri congiunti e degli attori che sono già delle certezze nel suo pregresso, cui affida i suoi personaggi, requisiti che rappresentano probabilmente il calore e il sostegno necessari per affrontare dei vissuti non ancora risolti, che per sua stessa ammissione, costituiscono ancora delle esperienze fantasmatiche. Ricorrono infatti nella narrazione, degli elementi della vita del regista, primo tra tutti Bobbio, suo paese natale e luogo della sua infanzia, e la perdita di un fratello gemello morto suicida, anch’esso triste evento realmente vissuto dall’uomo. Tra gli interpreti, il fratello del regista, la figlia, Alba Rohrwacher, Filippo Timi e Roberto Herlitzka, nelle vesti del conte Basta, che con una prova di grande capacità ed esperienza recitativa, é indubbiamente il personaggio più incisivo ed efficace.

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Il film osserva l’essere umano, sia in quanto individuo che in quanto specie, la sua limitatezza, il suo infimo amor proprio, la sua incapacità di rispondere alle proprie istanze, sfruttandone la sostanziale immutabilità se non il peggioramento e il declino nel tempo, che ne vede una involuzione ingravescente fino all’esito in un’attuale figura grottesca e ridicola nel suo egoismo e nella sua piccolezza. Un uomo che in qualsiasi tempo viva, riconosce la colpa in una delle proprie istanze più potenti e innate, quella che non si può scegliere, dirompe ed è proprio ciò che lo rende forte e vivo, il desiderio, il piacere, l’amore, le tre cose insieme in un’unica enorme entità pulsante, mentre non la riconosce nelle conseguenze della brama di potere, di materia, di sterile e arida ricchezza.

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Benedetta, suora di clausura seicentesca, donna vitale e risoluta, rappresenta l’anima di chi per fortuna ancora esiste e non può fare a meno di rispondere al proprio essere, che percepisce le conseguenze del rinunciarvi molto più intollerabili di quelle del portare avanti la propria essenza, che sceglie la tortura e la atrocità di una perenne prigione fisica, pur di non chiudersi in quella metaforica della menzogna e del non rispetto di sé e del proprio sentire, le cui mura sono ben più spesse e dannose. È la speranza, che a un certo punto del film riunisce le due epoche e idealmente tutti i tempi possibili, che l’amore, sia esso auto o eterodiretto, che poi in fin dei conti non differisce poi così tanto, sia l’ unica preziosissima istanza necessaria, in grado di salvare un mondo ormai lurido, corrotto, e quasi rassegnato.

A proposito dell'autore

Roberta Girau

Appassionata di cinema da sempre, tanto da considerarlo un fedele compagno di vita e una malattia ormai felicemente incurabile e irrecuperabile. Ha sempre inserito questa grande passione nel suo lavoro di psicoterapeuta, utilizzando il cinema come vero e proprio strumento terapeutico, scrivendo una tesi e articoli scientifici a riguardo e effettuando sedute di cinematerapia sia individuali che di gruppo. Ha collaborato e collabora con diverse riviste, come Cinefarm, Cinematografo.it, Artnoise.