Revolutionary Road

Una giovane coppia, April e Frank Wheeler, vive in Connecticut, negli anni '50, cercando di risolvere i propri problemi sentimentali, cercando una via che li porti ad essere felici.
    Diretto da: Sam Mendes
    Genere: drammatico
    Durata: 119'
    Con: Kate Winslet, Leonardo DiCaprio
    Paese: USA
    Anno: 2008
7.2

Se American Beauty era il collasso della borghesia annoiata che riscopre il lato infantile di sé mortificandosi e rendendosi ridicola, Revolutionary Road ne è la sublimazione lapidaria, il canto del cigno di un cinema introflesso in se stesso, incapace di innalzarsi, di vivere come corpo autonomo. Il film-piagnisteo con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet cala la mannaia nel solco di una morale ormai estradata da ogni verosimile contrappasso logico.
A Mendes interessa solo una imposizione sintetica dei ruoli all’interno del blocco monolitico della famiglia. Un fallimento così è degno di un ripensamento grosso e grossolano sul senso del fare cinema, per un regista bloccato in una spirale retorica che deborda sempre più un senso di familismo e di sconfitta del rulo del maschio, inteso solo come servilismo al ruolo pre costituito di inseminatore paradigmatico di una certa tendenza fascista del cinema americano, già vista in The Help (ma più ipocrita e vicina ad un pubblico compiacente), che nel film di Mendes si rivela limitante di un cinema dominato dall’assenza di contraddizione. Ma a Mendes, a quanto pare, piace il ruolo di trombone di una classe sociale, addormentata nel proprio vischio di sentimentalismo femminista posticcio e retrogrado.

 

Mendes non riesce a dominare la propria intransigenza morale a favore della femmina procreatrice e si prodiga in ogni maniera per servire su un piatto d’argento il ruolo di DiCaprio come maschio insensibile e truffatore di un desiderio di libertà femminile frustrato. Una roba da vigliacchi e da finto-femministi, non c’è che dire.
Kate Winslet è magnifica nel ruolo improbabile di questa attrice di teatro frustrata, che vorrebbe trasferirsi a Parigi, dove lei potrebbe trovare un lavoro e il marito stare in panciolle. La sua serietà e audacia professionale sono fuori discussione, quasi assomigliasse ad una Isabelle Huppert inglese. Non significa necessariamente che sia un complimento, la Huppert in alcuni film assomiglia ad un robot.
A un attore come DiCaprio, invece, il ruolo del maschio rampante, di successo gli va stretto. L’attore non riesce a sperimentare una vera progressione drammatica, troppo esile la scrittura che gli affida Mendes.
Quella di Mendes è una regia che si adatta televisivamente al nulla dello script, fondendo la sapienza registica con un senso di sciatteria sociale che sembra voler mandare in frantumi tutto il cinema di Scorsese, Friedkin, Kubrick. Revolutionary Road si adagia là dove era iniziato, con un nulla di fatto, attraverso un fiume di scorribande sentimentali che riducono la potenza del cast ad un ruolo di figurine troppo in fuoco per apparire un minimo interessanti. Nulla in Revolutionary Road fa pensare ad un doloroso scavo interiore, all’avvento di una catarsi rivelatoria. La combinazione di mélo e analisi sociale fallisce per una questione di ideologia più che per assenza di un contenuto vero e proprio.
Lo sguardo di Mendes rimane familista e, non c’è bisogno di evocare la grancassa dell’ultimo fil di Friedkin per rivendicare una posizione più nitida, eclettica, plastica riguardo ai rapporti sociali in seno ad una società in piena contraddizione con se stessa.

A proposito dell'autore

Michele Centini

Classe 1981, co-fondatore di CineRunner, ha iniziato come blogger nel 2009, ha collaborato con Sentieri Selvaggi. I suoi autori feticcio sono Roman Polanski e Aleksandr Sokurov. Due cult: Moulin Rouge (2001) e Scarpette Rosse (1948).